Suor Mary Kenneth Keller

Casa, chiesa e informatica

Riprendiamo la nostra navigazione tra le donne dell’informatica parlando di una suora.

Mary Kenneth Keller, nacque a Cleveland, nell’Ohio, nel 1913, fu probabilmente  la prima donna ad ottenere un PhD in informatica negli Stati Uniti. Cos’è il PhD? Acronimo di Philosophiae Doctor è l’ultimo livello di istruzione universitaria mondiale e dà accesso a lavori prestigiosi e ovviamente molto ben retribuiti. Continua a leggere “Suor Mary Kenneth Keller”

Da grande voglio fare la Madonna!

Mai porsi limiti!

Che bello essere bambini! Provo sempre una certa inquietudine quando penso alla teoria che identifica questa fase della vita come un vaso vuoto da riempire, perché io credo che quel vaso sia in realtà pieno di cose belle e grandiose che purtroppo noi adulti, anziché approfittarne, cerchiamo di manipolare, ripulire e catalogare.
I bambini amano e non se ne vergognano, hanno paura e non se ne vergognano, sognano e ci credono. Continua a leggere “Da grande voglio fare la Madonna!”

Tradizione o fede?

Sibilla: scrivendo l’articolo sulla scelta dell’abito da sposa, mi è tornato in mente il problema che i ragazzi hanno dovuto affrontare  scegliendo di non fare un matrimonio religioso. Credo che i più giovani, quando leggeranno questo articolo, troveranno assurdo che nel 2017 ci sia ancora qualcuno  contrariato da tale scelta, ma due possono essere i presupposti da cui partire: fede o tradizione.

Cassandra: fede e – non soltanto o – tradizione sono i presupposti per una buona parte di persone, per noi che siamo italiani e quindi legati ancora molto alla tradizione e, diciamolo, condizionati dall’eventuale parere dagli altri, che siano parenti o amici. Per me la base di un’unione dovrebbe essere il sentimento che lega le due persone. Certamente se si decide di sancire un legame i percorsi sono due: attraverso un cerimonia religiosa o una cerimonia soltanto civile; ma la decisione deve essere degli sposi, tutti gli altri sono di troppo…anche noi genitori…;)

Sibilla: sono d’accordo con te sulla libera scelta che gli sposi devono fare,  però vorrei andare oltre. Negli ultimi anni ho maturato la convinzione che dopo… non ci sia nulla, nello stesso tempo però mi piace pensare a quelle immagini stereotipate: la nuvoletta con dietro un bel signore con la barba, una signora con il velo azzurro e tutte quelle persone che mi hanno amata (o che non hanno potuto amarmi perché se ne sono andate prima di potermi conoscere) ad osservarmi nella vita di tutti i giorni. NON RIDERE!!! Voglio dire che è consolatorio pensare che tanta fatica di vivere abbia uno scopo. Inoltre quando mi capita di partecipare a qualche bella funzione religiosa, provo piacere nel fare parte di una comunità con gli stessi principi e gli stessi valori (almeno sulla carta). A volte mi chiedo se spogliarsi di tutto il nostro passato in nome di una fantomatica globalizzazione basata su “siamo tutti uguali” non sia un errore: non siamo tutti uguali, ed è nella diversità di spirito, pensiero e ideali che ci si arricchisce… o no?

Cassandra – ti rispondo con ordine…ho sorriso, non riso.

Che dopo ci sia il nulla o qualcosa, non è dato a noi saperlo. Non credo che immaginare o essere convinti di un dopo dipenda da come si è scelto di sposarsi. Anche io ogni tanto penso che “gli altri” ci guardino…e la cosa mi inquieta alquanto, che ansia pensare che si viene osservati e forse giudicati! Se c’è un qualcosa, ma secondo te, staccandosi da tutto quello che c’è di terreno, quanto potrà mai interessare guardare i casini di quaggiù? La vita è il traguardo o il viaggio? Usciamo dall’argomento. Propongo di ragionarci la prossima volta…

Non fermiamoci alla bellezza della comunità in una chiesa, che poi è vero che i canti, le preghiere, se condivisi da più persone in uno stesso luogo, diventano energia, potenza, è una sensazione che avverto quando assisto ad una cerimonia particolarmente sentita dalle persone presenti. Credo che si possano avvertire emozioni positive, gioiose, anche se si assiste all’unione di due persone che si amano in un luogo diverso. Dipende anche dalla nostra propensione d’animo.

Io non percepisco “il siamo tutti uguali” come un fattore negativo, sono d’accordo con te che non lo siamo, né penso ci si debba spogliare delle nostre tradizioni, della nostra cultura. Per me l’uguaglianza sta nell’avere i medesimi diritti e nel potersi esprimere per ciò che si è. In questo caso nel fare ciò che si desidera fare…ovvero sposarsi civilmente o con rito religioso indipendentemente da madri, padri, nonne e affini che vorrebbero condizionarne la scelta. Facciamocene una ragione, non siamo noi che dobbiamo sentirci nel matrimonio dei nostri figli appagati e convinti che tutto è come dovrebbe essere, ma sono i nostri figli che devono avvertire questo, indipendentemente da noi…e da amici, parenti, vicini, colleghi ecc. ecc. ecc.

Sibilla: neppure io percepisco “il siamo tutti uguali” come un fattore negativo, ma sono convinta che così non è. Se tutti ci “rassegnassimo” al fatto che non lo siamo, ma ci accettassimo e riflettessimo sulle bellezza nella diversità, probabilmente non vivremmo certe tragiche realtà. Resta il fatto che tutti siamo consapevoli che non è il NOSTRO matrimonio, ma per chi vive nella fede è difficile accettare che proprio i figli abbiano preso una strada diversa e visto che anche i genitori (strano!) sono esseri umani un po’ di indulgenza con guasterebbe!

N.B.: meno male che non sapevamo cosa scrivere!!!

 

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