La nonna portinaia

Quella volta in cui mi pronunciai contro la guerra.

Durante la mia infanzia, soprattutto quando ero ancora piccina, passavo molte ore della mia giornata con i nonni che erano i portinaia dello stabile nel quale abitavo.
Tanti sono i ricordi legati ad episodi di vita di quegli anni. Lui era un uomo magro, con dei bei baffoni e una piccola pelata sulla testa che io regolarmente annaffiavo confidando in una ricrescita dei capelli, gli dicevo sempre di aspettarmi perché quando sarei diventata grande lo avrei sposato. Lei era invece un donnone, aveva occhi di ghiaccio, grigi come i capelli che portava, accanita fumatrice, non era esattamente una lady per modi e parole. Proveniva da una famiglia povera, era stata una mondina, aveva vissuto la guerra, ed era arrivata in città con niente e un paio di zoccoli ai piedi.

Mi piaceva stare con loro in portineria, c’era sempre un bel via vai di persone in quella grande casa di ringhiera. Praticamente li ricordo sempre in quel piccolo alloggio al piano terra, con il gabinetto in cortile. Mia nonna, che non andava tanto per il sottile, non metteva il rotolo di carta igienica che oggi la pubblicità vuole soffice e profumato, ma l’elenco telefonico o le Pagine Gialle. Direi che i batteri proprio non la spaventavano, neanche quelli che avrei potuto prendere io!
Mi chiamava napuli, come chiamava tutti coloro che avevano origini meridionali, ma mi voleva un gran bene, mi chiamava anche in un altro modo, ma non posso scriverlo qui e non avrebbe neanche dovuto chiamarmi così, ma come dicevo, lei non era propriamente la raffinatezza in persona. Quando si arrabbiava nominava tutti i santi del paradiso, anche se in cucina teneva in bella mostra una foto di Papa Giovanni XXIII che appunto per lei, come viene ricordato ancora oggi, era il Papa buono.
Se andavamo insieme al mercato e lungo la strada passavamo davanti ai manifesti dei partiti politici, mi indicava quello nel quale erano disegnati la falce e il martello e mi diceva che io ero nata sotto quel segno. Io non capivo, ma lo facevo presente a mia madre che mi guardava stupita.

Era una donna autoritaria e nonostante non avessi legami di sangue con lei, con il tempo riconosco delle tracce del suo carattere in me. Sapeva essere generosa, anche con i napuli, se si liberava un alloggio, metteva sempre una buona parola se ne aveva necessità una famiglia meridionale, e qualche volta anticipava la somma dovuta a chi non riusciva a pagare l’affitto. Certo non bisognava farla arrabbiare, noi bimbi non potevamo far troppi schiamazzi nelle scale e non rispettare il silenzio nelle prime ore del pomeriggio.

Allora non si utilizzavano i bonifici bancari on line, e ogni mese i numerosi inquilini pagavano la pigione a mia nonna che poi mensilmente consegnava alla proprietaria di tutto il condominio.

La proprietaria era un’anziana ricca signora, molto gentile ed elegante. Ricordo che veniva con un bel cappotto e il cappellino in testa, e sedeva a capotavola mentre mia nonna preparava il caffè. Naturalmente la signora telefonava a mia nonna se avevano necessità di parlarsi. Fu così che un giorno in portineria squillò il telefono fissato alla parete, salii quindi sulla sedia lì accanto per poter arrivare alla cornetta e rispondere, al mio pronto la signora, che ovviamente mi conosceva, si presentò: Sono la signora Tedeschi!

Al che io risposi: ma noi non vogliamo fare la guerra!