Lettera ad una figlia

da “Se ti abbraccio non aver paura” – Fulvio Ervas

“Cara Roxana,
chissà quante volte ti sarai sentita dire che la tua è una famiglia sfortunata di donne sole. Be’ sembrerebbe così, a prima vista. (…) Però questo non ha niente a che vedere con la sfortuna e la solitudine. Sei sfortunata se inciampi e perdi la corriera o se ti cade un ramo sulla testa quando passi sotto un albero. Quando accadono cose importanti, anche cose che fanno soffrire, non è sfortuna: è la tua vita e devi solo trovare il modo per continuare, al meglio. E per quanto riguarda la solitudine non lasciarti spaventare dalla parola. Una donna sola può non soffrire di solitudine e io non ne ho mai sofferto, perché puoi sempre aprire una finestra e respirare l’aria pulita, guardare un gatto sul cornicione, accarezzarti i capelli, sognare a occhi aperti qualsiasi mondo tu voglia. La solitudine nasce quando non respiri abbastanza, quando non ti accorgi dei cambiamenti e quando hai un unico sogno che bussa tutte le notti nella tua testa. Non ti scrivo, quindi, perché mi sento sola. Ti scrivo e vorrei parlarti perché tu ti convinca di non essere sola. Per allontanare da te quest’idea sbagliata. Se ami te stessa, ami la vita e la vita non ci lascia mai soli. Stanchi, a volte, ma mai soli.”

(Dipinto di Edward Hopper: Automat)

A proposito di figli dimenticati

Traumi per la vita!

Vi ho raccontato di quando mia madre mi “dimenticava” all’asilo. Probabilmente era solo in ritardo, ma per me bambina che odiava frequentare quelle aule e che aspettava solo il momento di tornare a casa, ogni minuto di attesa era una sofferenza. A distanza di cinquant’anni mi rivedo sbirciare la porta con la paura che lei non arrivasse.

Mentre scrivevo il racconto mi è tornato in mente un fatto accaduto tanti anni dopo con uno dei miei figli.

Frequentavo un laboratorio che si teneva in un locale all’interno della scuola elementare che lui frequentava e che si protraeva oltre l’orario di uscita dei bambini. Solitamente chiedevo alla “bidella” (perché così le chiamavamo senza alcuna mancanza di rispetto) di accompagnarlo da me.

Quel giorno però lui mi chiese espressamente di non farlo, perché ormai era grande e poteva raggiungermi anche da solo. Un po’ titubante acconsentii.

Suonò la campanella di fine lezioni e attesi il suo arrivo… Passarono cinque minuti, sei, dieci e allora, insospettita, andai in cerca del mio bambino. Continua a leggere “A proposito di figli dimenticati”

Nonna Angela e il sogno americano

Quando le donne non potevano decidere

Nelle scorse settimane ho parlato e anche ironizzato molto sulle nuove tendenze femminili. Se da una parte guardo con ammirazione queste giovani donne caparbie e aggressive, dall’altra, mi ripeto, sembra si stiano perdendo di vista il giusto cammino e le giuste proporzioni.

Com’era diversa la vita delle donne degli inizi 900…

Nonna Angela nacque ad Asti nel 1904, l’anno in cui, lei ci teneva si sapesse, nacque anche l’ultimo re d’Italia, Umberto II.

In quell’anno nacque anche il figlio del Console di Montevideo, che purtroppo era affetto da epilessia. Per strani giri di cui non conosciamo i fatti, poco più che bambina, fu mandata a Roma per fare da dama di compagnia a questo bambino.

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Dire NO alla violenza sulle donne

Ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa.

L’altro giorno abbiamo seguito un dibattito alla radio, davano questa informazione e discutevano su proposte e soluzioni. Ci ha colpito una telefonata di un ascoltatore che però si preoccupava che non passasse il messaggio che gli uomini italiani fossero cattivi perchè in realtà, nelle classifiche europee, risultano tra i meno violenti. Ci consola?

Tutti concordi nel dire che, se nelle generazioni di adulti attuali purtroppo non si può più porre rimedio ad una distorta concezione della donna, è necessario lavorare bene e in fretta su tutta quella popolazione di giovani che si affacciano al mondo complesso di relazioni di genere. Continua a leggere “Dire NO alla violenza sulle donne”

Youssef

Per non dimenticare

“Mamma perdonami, non ce l’ho fatta.

È salato questo mare, l’acqua rende rugose le mani.
Tra il caos delle onde non avrei mai pensato di tornare bambino e supplicare il tuo nome:
“Mamma” ma non è un grido d’aiuto ora, è un capriccio che mi coccola il cuore

“Mamma, mamma” piagnucolando, ma non è solo per me che dispero, ho paura che mie notizie ti strappino via il sonno e ti lacerino il cuore.

Chiedi scusa ai miei fratelli per le attenzioni tue che ho rubato ai loro successi, ma è Dio che ha donato al più sfortunato dei figli le pene e le attenzioni della madre.Ti lascio il ricordo del mio cuore e la sua traccia sulla terra ora che giace in mare, raccontalo tu che ne conosci luci e ombre, tu che lo conoscevi prima che provasse l’amore, prima che conoscesse la sofferenza.E mamma, ti prego, parla tu con Dio, tu che puoi, convincilo delle mie intenzioni.“Mamma” balbetto un’ultima volta; per far sì che le mie labbra, pronunciando la parola, si incontrino due volte e ti arrivino come baci.

Youssef El Hirnou

Abbiamo scoperto Youssef per caso su Facebook. Ci ha colpito il suo modo di scrivere, la maturità di un ragazzo poco più che ventenne che vive e agisce come tutti i ventenni, ma che quando prende la penna in mano sa trasmettere con le parole emozioni come amore, passione, rabbia. Nel 2017 è stato pubblicato il suo primo libro: “Uè Africa!” Diario di un Marocchino, nel quale racconta la sua storia familiare e di quanto sia difficile integrarsi in un paese straniero, mantenendo viva la propria identità culturale. È poi partito per un lungo viaggio, ha toccato vari paesi quali Germania, Polonia, Russia, Mongolia, Cina, Vietnam, Thailandia, India, Egitto, Etiopia e altri ancora. Ha incontrato persone, visto luoghi, ha seguito pensieri che ha descritto attraverso i social. Da qualche tempo è rientrato a Torino e leggendo ciò che che abbiamo condiviso, pensiamo che dalla sua penna possano, anzi debbano, scaturire ancora tante e tante parole.

Se vuoi conoscere meglio Youssef El Hirnou seguilo su:

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Forza di gravità materna

È la gravità a farmi rimanere con i piedi sulla terra?

Sono un essere pesante che guarda al cielo con invidia, ogni tanto mi illudo di essere leggera per sollevarmi dall’umano peso della vita e delle sue responsabilità.

Ho sbagliato, sto sbagliando, sbaglierò, mi guardi con occhi che giudicano la mia umana imperfezione.

Maternità, senso materno, spirito, istinto, dentro c’è tutto. Quanto sono riuscita a fare e quanto invece no. Non ho risposte per alcune domande, non ho soluzione per certi quesiti. Continua a leggere “Forza di gravità materna”

Fuga da casa

Lo sguardo di una madre.

Quando ero ancora una bambina ero un po’ timida, immagino già il sorrisetto di Gabriella in questo momento, invece è vero, d’altronde occorre fare esperienza e crescere per definire il proprio carattere.

Desideravo che il nonno mi portasse allo zoo cittadino, era poco distante dalla portineria dei nonni, per cui era possibile arrivarci tranquillamente a piedi. Se ci ripenso, poveri animali, vivevano in un ambiente inadatto e in spazi angusti. Fortunatamente questo zoo è chiuso da tantissimi anni, ma allora era il luogo per poter vedere veramente da vicino gli animali che popolavano la mia fantasia.

Quel giorno non potevano accontentarmi, così mentre gli adulti erano distratti dal pranzo, ricordo di aver lasciato il mio gioco e di aver deciso di uscire, era facile, la portineria era ovviamente al piano terreno e la porta non era chiusa per l’andirivieni di persone. Avevo circa quattro anni, camminavo speditamente, con un ombrellino chiuso anche se piovigginava, in men che non si dica raggiunsi un ponte molto trafficato. Fui notata da una signora che mi affidò ad un vigile che dirigeva il traffico e che mi accompagnò in caserma.

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È di nuovo notte

Avevo una terra, cercavo una nuova terra. Terra nella quale affondare le mie mani e i miei piedi, dove far crescere frutti, dove far crescere come fiori i miei figli. Un posto per ripararmi, per sentirmi al sicuro, dove far riposare le mie ossa.

Volevo una terra, non la desideravo soltanto, la volevo fortemente, non più straniera, ma accogliente.

Volevo una terra, tutti ne hanno diritto, anche io, anche i miei fiori.

Ma vedo solo un orizzonte, e acqua, solo salata acqua, che non disseta, che non ti nutre, che non è terra.

È di nuovo notte…

 

I bambini dimenticati

Credo di essere diventata troppo vecchia, sono da tanti anni una madre.

Il mio cuore ha tanti anni, è forte, ma sono troppo vecchia per vedere certe immagini.

È domenica sera – dopo il sabato frenetico tra commissioni e cena con gli amici, il passaggio all’ora legale, il pranzo cucinato per le mamme di casa – prendo possesso esclusivo del divano per guardare indolentemente un programma televisivo.

Passano immagini di bambini sotto le bombe, sotto le macerie…sotto tutto quello che la guerra comporta, sotterrati dalla nostra lontananza. Continua a leggere “I bambini dimenticati”