Un nonno

Un uomo di poche parole.

Era un uomo semplice, con il volto scavato e un paio di bei baffi, pochi capelli pettinati all’indietro e una pelatina sulla nuca che io da bambina regolarmente annaffiavo con gocce d’acqua. Così la chioma si sarebbe rinfoltita! Magro magro perché soffriva di ulcera, per digerire beveva litri di acqua con il bicarbonato, ho sempre immaginato che nello stomaco avesse bianchi crateri. Era nato al nord, ma aveva un cognome che indicava lontane origini sarde.

Era il marito della nonna portinaia La nonna portinaia, non aveva legami di sangue con me, ma divenne la mia figura maschile di riferimento. Ogni tanto gli ricordavo che doveva aspettare che diventassi grande, perché volevo sposarlo.

Quando ero ancora in fasce, partiva con me, il passeggino e un biberon per delle lunghe passeggiate, poi sostavamo sul lungo Po e nella bella stagione, mi faceva rinfrescare gambette e piedini nelle acque del fiume (reputo che allora fossero limpide e pulite). Un giorno, invece di mettere dello zucchero nel biberon, aggiunse del sale e gli toccò ritornare di corsa con me urlante e il resto del fardello verso casa. Fu proprio lui a perlustrare le sponde del fiume con il cuore in gola, quando ancora piccoletta intrapresi la mia fuga. Mi portava in giro sul seggiolino improvvisato della sua bicicletta e una volta causai un gran capitombolo incastrando i piedi nei raggi della ruota. Cercava di soddisfare i miei capricci, capricci che io non avrei accettato nelle mie figlie, come passare un pomeriggio a cercare scarpine da ballerina.

Così trascorsero gli anni, battibeccava spesso con la nonna e per farla arrabbiare ancora di più, mi guardava sornione picchiettandosi la tempia con l’indice e sussurrando che la nonna era scema. Si occupava anche lui della portineria e raccoglieva e trasportava i cartoni con un carretto attaccato alla bici. Mi piaceva scendere nella sua grande cantina con tanti attrezzi e vedere i lavoretti che sbrigava. Era lui l’uomo di casa, dava il bianco anche nel mio appartamento, ma lo faceva quando partivamo per le vacanze, peccato scegliesse lui i colori. Al ritorno mia madre si ritrovava la cucina o di un rosa che tendeva al fucsia o di un bel verde brillante, lei che ama i colori tenui e chiari.

Ogni tanto si informava della scuola e anche del corso di ginnastica che frequentavo, mi chiamava saltimbanco.

Il tempo lo aveva incurvato e quando gli dissi che desideravo fosse lui ad accompagnarmi all’altare, si allenò nei mesi precedenti a camminare senza il bastone. Morì l’anno successivo al mio matrimonio, aveva aspettato ad andarsene, proprio il giorno prima delle dimissioni dall’ospedale nel quale era stato necessario ricoverarlo.

Sono passati tanti e tanti anni, non ho ricordi di grandi discorsi, non aveva vissuto storie avventurose, gli piacevano i gatti e i film western, ma senza troppe scene d’amore. Sulla strada della sua vita aveva incontrato la mia famiglia e quando è stato necessario esserci, lui c’è stato, come un vecchio albero le cui radici attorcigliate penetrano la terra saldamente.

Lui c’era saldamente.

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