Per non dimenticare

Campo di concentramento di Dachau

Un paio di anni fa con famiglia ed amici mi recai in vacanza in Baviera La Baviera. Per un paio di giorni ci fermammo nella zona di Fussen , Castelli da fiaba, poi ci spostammo vicino alla cittadina di Dachau per scoprirne i dintorni e naturalmente Monaco di Baviera.

Furono giorni divertenti, visitammo ridenti località e la città di Monaco che ci colpì per le sua bellezza e per la giovialità dei suoi abitanti.

Quando ci spostavamo in auto, spesso ci ritrovavamo a percorrere l’esterno del campo di concentramento di Dachau. Ricordo che fissavamo sempre silenziosamente il luogo perché in quei giorni di vacanza spensierata, ci rammentava qualcosa di terribile.

Eravamo alla fine dei giorni del nostro soggiorno e i ragazzi del nostro gruppo, le mie due figlie e il figlio dei nostri amici, ci chiesero di dedicare una giornata alla visita del campo. Apprezzammo che fossero proprio i ragazzi a chiederlo, ogni giorno percepivamo una sorta di malessere, e noi adulti faticavamo ad ammettere che quasi non avevamo il coraggio di andarci.

Organizzammo la nostra mattinata, il caso volle che si presentasse: grigia, fredda, piovosa, non aveva i colori e il tepore del mese di agosto.

Ci ritrovammo così davanti al cancello con la famosa scritta

“Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi)

Dachau-Campo-Concentramento-Arbeit-macht-frei

e nel grande piazzale dove ogni mattina e ogni sera veniva effettuato l’appello dei detenuti.

Dachau-Campo-Concentramento-scritta-muroCi fermammo in quel piazzale in silenzio, sgomenti, certo non vi erano le persone che erano state detenute in quel luogo o vi erano addirittura morte, eppure se ne avvertiva la presenza. Era impossibile non immaginare chi ogni giorno era stato lì, fermo, in attesa del proprio destino.

Abbiamo visitato le baracche, il forno crematorio, la camera a gas. Lungo il percorso, dentro teche di vetro, vi erano le divise, gli abiti, gli oggetti, i ricordi delle persone che erano state rinchiuse nel campo.

Abbiamo avuto freddo per tutto il tempo della visita, stretti nei nostri giubbotti, nei nostri maglioncini e nelle nostre comode scarpe da ginnastica, ci sentivamo nudi di fronte a ciò che ci circondava. L’aria aveva un peso, perché non sembrava fosse mai cambiata, avevamo calpestato una terra che sarà sempre intrisa di dolore, lì erano cadute lacrime miste a speranze e a disperazione.

Questi luoghi solo il simbolo del male che può generare una mente, e ancora più spaventoso è il fatto che degli uomini abbiano obbedito, abbiano creduto che quello non era il male, non era annientamento di altre vite.

Un viaggio del genere, come sorta di pellegrinaggio, dovrebbe essere compiuto da ognuno di noi almeno una volta nella vita, in una stagione fredda, senza piumini e scarponcini, perché non dovremmo godere dei nostri privilegi, perché solo la fortuna ha voluto che non fossimo noi quelle persone, che noi non avessimo perso i nostri genitori, i nostri fratelli, i nostri figli.

Quel dolore non potrà mai essere cancellato, mai accettato, perché è ancora lì, e getta un’ombra su ognuno di noi, questo passato non passerà mai, nel futuro quel dolore sarà ancora lì, spero come monito per tutti noi.

Dopo quella giornata siamo ripartiti per l’Italia, per trascorrere qualche giorno al mare. Siamo ritornati alle nostre vite, vite fortunate che andavano verso il caldo dell’estate. Ci eravamo lasciati alle spalle quel luogo, ma si era scavato un posto dentro ognuno di noi.

Ancora oggi non avrei coraggio di ritornarvi.

15 pensieri riguardo “Per non dimenticare

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