L’alta moda a Torino

Le Caterinette

Come ben sapete io e Marinella siamo di Torino. Notizie sulle bellezze artistiche di questa città, se ne possono trovare a bizzeffe, tante nostre conoscenze “di penna” (meglio “di tastiera”) trattano l’argomento in maniera completa ed esaustiva.

Io invece vorrei farvi conoscere una città… che non c’è più…

“Le CATERINETTE, equivalente italiano delle MIDINETTES parigine, erano le sartine che lavoravano negli ateliers di alta moda di Torino. I grandi ateliers (laboratori) si svilupparono a Torino soprattutto alla fine del secolo scorso sulla scia della moda francese; ebbero grande notorietà fino agli anni ’40, poi, per le cambiate abitudini di vita e per l’avanzare della moda pronta, scomparvero dal mercato.

La clientela era formata soprattutto dall’aristocrazia che gravitava attorno a Palazzo Reale e Palazzo Chiablese, dove risiedevano i rami cadetti dei Savoia e anche dopo il trasferimento della capitale, dai proprietari (o meglio proprietarie) delle industrie nascenti o rimodernate e dall’alta borghesia della finanza.

Centinaia erano le ragazze occupate nella moda; oltre alle caterinette, erano interessate altre categorie: le modiste, le pellicciaie, le ricamatrici, le fioraie (fiori di seta), i laboratori che fabbricavano postiche, coiuffeurs e tutti i venditori e produttori di accessori per un tipo di moda sofisticata e complicata.

Le caterinette, nome che deriva da S. Caterina, loro patrona, erano operaie, ma per una sorta di orgoglio di mestiere, si distinguevano dalle operaie occupate nell’industria, per lo stile  e il portamento.

Erano sempre vestite con una certa eleganza, portavano il cappello (normalmente il ceto operaio non lo usava) avevano, per il loro stesso lavoro, acquisito il senso del bello e del buon gusto.

L’uscita delle caterinette dal lavoro aveva sempre un nutrito stuolo di spettatori: gli avventori dei caffè Baratti e Carpano, gli accademisti dell’Accademia Militare, gli universitari e gli habitués di Piazza Castello e Via Roma, dove avevano sede le grandi firme della moda torinese dell’epoca: Belhomme, Sacerdote, Rosa e Patriarca, Sorelle Gori, Trinelli e la Merveilleuse poi diventata Tortonese per il divieto di nomi stranieri.

Al 25 novembre, S. Caterina, veniva organizzato dalla goliardia un ballo in onore delle caterinette; in questa occasione la fantasia e la capacità professionale delle caterinette dava luogo ad una gara di eleganza fatta senza troppa spesa: vigeva l’uso di fare uno scambio di lavoro tra le varie categorie interessate, come per un baratto, confezione di abiti in cambio di cappellini, fiori, ricami e così via.

Il lavoro negli ateliers non era molto remunerato, così le caterinette, che incominciavano a lavorare verso i 12 anni, appena avevano appreso un po’ di mestiere, lavoravano in proprio, a casa (dopo 9/10 ore di atelier) per una clientela minore.

Il lavoro delle varie categorie interessate alla moda era considerato stagionale, perciò, quando le ordinazioni erano terminate (gennaio/febbraio e luglio/agosto), gran parte del personale veniva lasciato a casa, fino alla ripresa della “stagione”. In questo periodo, che veniva comunemente chiamato la morta, molte sartine si occupavano presso le famiglie della piccola e media borghesia, per rinnovare il guardaroba familiare; venivano pagate un tanto al giorno più il pranzo. (…)

Il linguaggio tecnico era mediato al francese con le inevitabili storpiature e risulta (è ancora in uso oggi, tra le sarte torinesi) incomprensibile per chi non sia di Torino e non sia addetto ai lavoro. La lingua usata era il dialetto, anche le clienti lo parlavano usualmente.

Una categoria a parte era costituita dalle “mannequins” (indossatrici) che erano assunte come parte regolare del personale. (…) Le mannequins erano, naturalmente, gran belle ragazze, non legavano con le caterinette, che a loro volta le consideravano, poco benevolmente, “cattive signore” per usare un termine gozzaniano.

Le caterinette usavano grembiuli bianchi, la “première” (prima sarta o direttrice) vestiva un abito nero. (…) Molti ateliers avevano le modiste e le pellicciaie interne, altri si avvalevano della collaborazione di laboratori autonomi, organizzando le sfilate di modelli in comune. Ogni atelier aveva un “coiffeur” (parrucchiere) di fiducia, per la creazione delle acconciature per le sfilate.”

(Tratto da “Le perle della Memoria – I mestieri di un tempo” – 50 & PIU’ ED.)

7 pensieri riguardo “L’alta moda a Torino

  1. Ho vissuto a Torino per 6 anni, nella fanciullezza e prima adolescenza. Ai miei tempi, la città risentiva ancora del suo glorioso passato nell’alta moda, il vestirsi in modo appropriato alle circostanze era considerato un obbligo. Sopravviveva nelle signore l’uso di rivolgersi a sarte “minori” per farsi confezionare capi spalla con i modelli rubati agli atelier in cui lavoravano. Erano diffusi guanti e cappelli… Ti ringrazio per l’articolo, che mi ha fatto ricordare certe atmosfere.

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