Una giovane madre eritrea

Sin da quando ero bambina, il mese di dicembre è per me sinonimo di festa.

Anche senza avere grandi possibilità economiche, ci sono sempre state: le luci, un presepe, le pecorelle, la scoperta di un regalo nascosto sotto al letto. Una volta diventata adulta, ho sempre cercato di creare nella mia famiglia un’atmosfera gioiosa, serena, perché al di là della religione e del denaro che ognuno può spendere, la natività per me ha il valore della famiglia e soprattutto della condivisione. Un piccolo gesto verso chi ci è accanto e verso il prossimo è soprattutto un regalo che facciamo a noi stessi.

Facevo queste riflessioni proprio alcune sere fa…

Sto guardando una trasmissione che seguo abitualmente il venerdì. La giornalista mostra i filmati di una sua inchiesta girata nei centri di detenzione in Libia. Gli uomini chiedono di essere ascoltati, chiedono a lei di portare la loro voce, la loro richiesta di aiuto.

Nell’ultimo servizio intervista una giovane donna eritrea, ormai da quasi un anno e mezzo è bloccata in Libia con il marito e la figlia. Non riescono ad andare via, non hanno passaporto né denaro, lei non se la sentirebbe comunque di partire via mare, il viaggio non sarebbe sicuro, la sua creatura è così piccola. Il suo sogno è quello di andare via e di poter studiare, e che naturalmente un domani possa farlo anche sua figlia. Vorrebbe diventare un’infermiera, perché ha visto morire troppe donne di parto.

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Sento che gli anni hanno accentuato due miei modi di essere. Sono una rompiscatole che non si fa intimorire facilmente, sono allergica alla maleducazione e alla presunzione, difficilmente riescono a zittirmi, ho comunque imparato l’arte della diplomazia per moderare la mia lingua biforcuta. Però ho la commozione facile, se ho un bambino o una persona molto giovane di fronte, mi scopro fragile, senza una protezione dietro alla quale ripararmi, perché sento che quella creatura potrebbe essere mia. Ognuno di noi dovrebbe sentire di avere un dovere, un impegno, nei confronti di ogni bambino, di ogni giovane. Quella ragazza avrebbe potuto essere mia figlia.
Quanti sogni abbiamo, quanti fiumi di parole lanciamo nell’etere, dicendoci e dicendo che ognuno deve perseguire il proprio sogno, che non dovrebbero esistere limiti, che non c’è età per smettere di sognare.

Ci sono sogni più belli, più giusti, più sogni di altri?

Non riesco a scrivere senza sentire un nodo alla gola. Chi penserà a quella ragazza, avrà una famiglia che non riceve più sue notizie? Quante volte ci agitiamo se un figlio non ci invia neanche un messaggio per avvisarci di un ritardo. Come ci sentiremmo se fossimo bloccati, senza poter avere un aiuto, dimenticati e in condizioni precarie e pericolose, con il timore per la nostra vita e per quella di chi si ama.

Un presente provvisorio e un futuro che non si può neanche coniugare.

Il suo dolore si trasmette a tutti nello studio e probabilmente in chi come me è davanti al proprio televisore. Io sul mio comodo divano, nella mia casa calda, mi sento così fortunata per una cosa così normale come essere seduta su di un divano e mi commuovo per questo senso di impotenza misto a colpa. Realmente non possiamo fare nulla? Ogni giorno dovremmo almeno indignarci di fronte alle ingiustizie. Nessuno ci sta portando via il divano al quale siamo tutti aggrappati e che non è un barcone in mezzo ad un mare scuro e ostile. C’è chi ha soltanto uno straccio di stoffa e un materassino come divano, e per la bimba di quella madre così giovane, quelle sono forse l’unica cosa che abbia mai potuto considerare suoi.

In strada sono accese le luci di Natale…

5 pensieri riguardo “Una giovane madre eritrea

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