Una vita in 50 scatoloni

Qualche giorno fa, al telegiornale è passata la notizia che finalmente gli sfollati del ponte Morandi di Genova potevano tornare alle loro case per circa due ore, con cinquanta scatoloni, a prendersi tutto ciò che ritenevano necessario.

Una vita in cinquanta scatoloni. Caspita! Mi sono guardata intorno e mi sono chiesta: “e se toccasse a me, cosa prenderei?”

Io vivo in casa mia da più di trent’anni, è una casa molto grande, piena di stanze, di cose inutili e di ricordi, da dove cominciare? Immagino di rientrare in casa dopo tante settimane di attesa…

Con lo sguardo esamino la grande stanza al pian terrero e decido che non prenderò nulla dalla cucina: non c’è nulla di indispensabile, anzi, non mi spiace rifarmi il pentolame e le stoviglie, però prendo la planetaria che ho comprato un paio di mesi fa e che non ho ancora avuto modo di rodare… con quello che l’ho pagata! Ma cerco di portarla via a mano: pesa una tonnellata e da sola riempie uno scatolone! Approposito speriamo siano grandi queste scatole!

Nel salotto le cose si fanno serie: una grande libreria piena zeppa di libri mi dice “portami con te!”. No prendo giusto due o tre libri che hanno un significato speciale, ma gli altri dovranno rassegnarsi. A guardia degli scaffali c’è la statua di Don Chisciotte che mi guarda accigliata… tranquillo tu vieni con me! Così come l’ultimo acquisto: una coppia di ballerini cubani in legno, frutto del mio ultimo viaggio felice… ah anche le scatoline da tea inglese che hanno fatto da segnaposto al matrimonio di mio figlio devo portare. All’improvviso realizzo che voglio anche le calamite del frigo, solo quelle perchè rappresentano bei ricordi  di momenti passati, soprattutto con Cassandra.

Apro le antine del mobile che custodisce tutti gli album fotografici, le videocassette dei miei bambini, i bigliettini che io ho scritto alla mia mamma e quelli che i miei figli hanno scritto a me e so già che due scatoloni sono pieni. Porto via anche il grande raccoglitore di spartiti con le canzoni che per quindici anni ho raccolto, imparato e cantato, per quella che è anche una mia grande passione: la musica.

Mi resta da controllare un paio di cassetti e scaffali con documenti vari di ordine pratico che mi riempiranno un’altra scatola. Ed ecco che ricordo di dover andare anche in cantina: non posso lasciare alcuni addobbi di Natale che hanno un grande significato per me e mio marito.

Quando avevo una decina di anni rimasi incantata dal presepe della mia vicina di casa, Pinuccia che tutti nel paese, con estrema delicatezza , chiamavamo “la nana” perchè tale era (ricordo con ironia mia sorella, che allora aveva quattro anni, che come la vide la prima volta le chiese se, visto che le risultava che i bambini nascessero sotto i cavoli, lei fosse rimasta schiacciata). Bene, quando Pinuccia mi vide ammirare il suo piccolo capolavoro, prese una decina di statuine e una doppione di capanna e me lo regalò: da allora io continuai a fare e ad arricchire il mio presepe. Poi, dopo il matrimonio, ereditai anche le statue del presepe di mio marito, quindi oggi non posso abbandonarlo, il suo valore affettivo non è calcolabile. Prenderò anche quello della Thun che una cara amica mi ha regalato ed arricchito nel tempo e in questo caso il valore è doppio. Credo prenderò anche il quadro a punto croce che appendo ogni anno sopra il camino che ho fatto io e che non rifarei più tante sono state le ore di lavoro.

In questo primo piano cinque o sei scatole sono piene. Ne darò anche altrettante a mio marito per il suo garage e credo non lo rivedrò più fino a sera.

Salgo al primo piano.

(Continua)

Mattina, pioviggina…

Mattina: pioviggina, i vetri della finestra della cucina sono leggermente appannati, in casa tutti dormono ancora godendosi il ritorno dell’ora solare.

Accendo il cellulare e dimentico di mettere la modalità silenziosa, sento la suoneria che già mi avvisa dell’arrivo di messaggi su WhatsApp. Sbuffo nella speranza che non siano i soliti auguri per una buona domenica o una gif con una tazzina di caffè fumante.

Invece mi arriva la pagina di un libro, da una persona che non vedo da tempo, qualcuno che ha pensato a me nel silenzio della sua casa, mentre fuori pioviggina e i vetri della finestra si appannano.

Chi di noi sta cercando di andare oltre alle apparenze, oltre la superficialità di questo mondo?

Voglio diventare Youtuber

Sono circa le quattordici di un venerdì pomeriggio, il marciapiede è invaso da giovani studenti che uscendo dalla vicina scuola media, allegramente si avviano verso le loro abitazioni. Spingono i loro trolley in avanti come carrelli della spesa, si spintonano, si sbracciano nel salutare i compagni che sono dall’altro lato della strada.

Dietro di me camminano tre ragazzini:

Ho deciso di diventare Youtuber

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Perché vuoi guadagnare eh!

(sghignazzamenti)

No, ho visto… diceva un sacco di parolacce

Devi fare un kick…

Mi diverte molto ascoltare spezzoni di discorsi tra bimbi o tra ragazzi. Di questo ho capito soltanto che gli adolescenti sono sempre più curiosi di cimentarsi in quello che è il mondo di YouTube e di Instagram. Vogliono esprimersi (non sempre con il turpiloquio) creare, fare anche quelle cavolate che le generazioni passate facevano di persona e con una platea decisamente più ristretta.

Spesso (purtroppo) sfuggono le ripercussioni di tutto questo.

Il giovane personaggio in questione forse aveva voglia di dire impunemente qualche parolaccia mentre il compagno guardava già al futuro guadagno!

Mi è oscuro l’altro termine, sempre che l’abbia sentito bene, se non nella traduzione: calcio o fare un effetto. Sarà un termine da addetti ai lavori, qualcosa che appunto possa colpire…e un po’ già mi preoccupa.

I ragazzini hanno continuato a confabulare, le nostre strade si sono separate, com’è giusto d’altronde. Il loro mondo non è più il mio. Avranno continuato a progettare e a ridacchiare? Probabilmente sì, con sguardo furbetto saranno rientrati nelle loro case, con le aspirazioni segrete, con i compiti e i voti scritti nel diario, alcuni opportunamente nascosti.

Forse avranno trovato ad aspettarli i nonni o il genitore che non era al lavoro, quasi certamente con la televisione accesa, e mentre scorrevano le immagini di un telegiornale o di chi si si agitava per mostrare una ricetta o l’ennesimo vestito da sposa, avranno divorato il loro piatto di pasta, pronti a scappare sulla chat dei loro compagni, persi nei loro discorsi e nelle loro battute, in quell’arco di spazio temporale che li rende bambini con sogni adulti.

Trilogia del tempo – Futuro. È già qui

Per seguire le mie elucubrazioni mentali sul tempo e sui buoni propositi, mentre sono affaccendata nelle mie faccende domestiche, con cellulare e auricolari ascolto interviste e seminari di filosofi, psicologi, psichiatri….YoutTube è una miniera dalla quale è possibile attingere di tutto.

Di questo se ne sono accorte anche le mie amiche, in particolare Sibilla, continuo ad inoltrarle quello che mi colpisce… non credo sia così contenta di questa mia nuova iniziativa.

È stato per me motivo di riflessione, un passaggio del filosofo Umberto Galimberti sulla concezione del tempo. Secondo il suo pensiero, siamo influenzati dalla nostra impostazione giudaico cristiana: il passato è peccato, in quanto ci sono i nostri errori, il presente è espiazione, è il tempo infatti per riparare e per sacrificarsi, il futuro è redenzione, è salvezza dell’anima.

Ho pensato a quanto effettivamente, senza entrare in merito a discorsi sulle religioni, siamo condizionati da questa concezione del tempo così lineare. La linearità appare un percorso logico da seguire, dà un senso al nostro vivere perché dobbiamo riparare, migliorare, per ambire ad un futuro che ci renda felici, per fa tacere le nostre paure su quello che potrebbe esserci e non esserci al termine di questa vita.

Sibilla mi ha fatto notare che il passato è sempre più presente nei nostri pensieri invece del futuro. Forse perché questo passato ci manca – sono i nostri ricordi ed eravamo giovani, aspetto da non sottovalutare – , e perché ci rammenta gli errori sui quali dovremmo lavorare oggi.

Il futuro si desidera e si teme.

Per il giovane rappresenta la meta da raggiungere, ma anche la frustrazione in caso di fallimento.

Per chi più tanto giovane non è, il futuro è il limite dei sogni e delle aspirazioni, è l’assenza, il salto nel buio che potrebbe essere un nuovo inizio o irrimediabilmente la fine che la natura richiede ad ogni essere vivente.

Ieri, oggi, domani, ma dove inizia l’uno e termina l’altro.

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In maniera differita, in un’ora del mio mattino, James Hillman, allievo di Carl Gustav Jung, mi ha offerto uno spunto sul quale meditare con queste parole: è difficile vivere il presente guardando avanti e indietro poiché non è un istante di orologio, è una confusione di molti, è accogliere l’abbraccio della moltitudine, l’alveo di confluenza di più fiumi. Conta la percezione di vivere dentro il proprio tempo, la sfida etica dell’essere umano è vivere dentro il proprio tempo.

Trilogia del tempo – Presente. Il tempo è divorato

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Il tempo è relativo? Da noi percepito in modo diverso a seconda del luogo, della situazione, a seconda di ciò che ci raccontiamo?

Eppure il tempo è, in quanto tale segna irrimediabilmente il nostro corpo, la nostra mente, comunque scorre, che ci siano decisioni, illusioni, esso scorre, si ferma, prosegue.

Noi lo divoriamo poiché ne desideriamo sempre di più. Lo divoriamo perché non ci è possibile riaverlo se non nel ricordo che ci viene reso.

A volte lo ritroviamo come un puzzle al quale mancano alcune parti, occorre cercarle e ricollocarle nella giusta posizione o sostituirle con quelle che abbiamo elaborato, per raccontare e rivivere una nuova storia.

Oggi è oggi, indipendentemente da ciò che avremmo voluto essere, da quello che vedono in noi gli altri, da quello che vorremmo raggiungere.

Tuttavia possiamo ancora scegliere, esprimerci: io penso e scrivo e voi leggete e pensate e io vivo e voi vivete.

Si convive anche con il timore di non fare le scelte giuste, di non saper dosare forza e volontà, con l’ansia di procrastinare troppo, di lottare contro chi divora il nostro tempo.

Nel presente possiamo tracciare nuovi percorsi, diversi da coloro che ci hanno preceduto, perché ciò che è stato non è più, ciò che eravamo non siamo più, ciò che saremo non ci è dato sapere.

Trilogia del tempo – Passato. Il tempo è un ladro

Il tempo è un ladro.

Io che fotografo immagini e volti con la mente, ricordo luoghi, situazioni ed affetti, avevo dimenticato in un cassetto un foglio, lo leggo, le parole sono scritte con pennarelli colorati, colori allegri che il tempo ha un po’ sbiadito. È una lettera d’amore scritta da una bimba ai propri genitori e a una sorella ancora molto piccola. Un misto di tenerezza e di nostalgia mi assale.

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Le letterine, i disegni, sono doni, testimonianze di affetto che ogni genitore riceve quando i bimbi rientrano da scuola. In questi anni ne ho accumulati tanti, in cassetti, cartelline, scatole, non potrei disfarmene e, a rotazione, ne tengo sempre qualcuno sul mio comodino. Oggi, questa letterina che era rimasta in balia del tempo è ritornata a me, nelle mie mani.

Il tempo è un ladro che sottrae e che restituisce, ruba i ricordi per ridare loro nuova vita.

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