Un viaggio in solitaria: epilogo

Un paio di settimane fa scrissi annunciando il mio primo viaggio semi-solitario: alcuni giorni completamente sola a Parigi e poi una settimana a Londra dai figli che però lavorano e quindi la mia vita diurna sarebbe stata solitaria, ma quasi tutte le serate no.

Tralasciando il soggiorno londinese che non era una novità, a Parigi ho sperimentato la completa solitudine e ammetto che non l’ho apprezzata completamente.

Durante il giorno ho amato ogni momento del tour e la completa libertà di muovermi è stata, e non avevo dubbi, assolutamente impagabile. La sera però ho sofferto il fatto di non avere nessuno con cui condividere le mie impressioni e soprattutto la cena solitaria mi ha spesso annoiato. Com’è capitato ad esempio a Londra, è bello vedere tanti bei posti, fare considerazioni e condividere dubbi con qualcuno che sorseggia con te un buon bicchiere di vino… magari in un bistrot vista Senna! E non che pensi necessariamente ad un uomo, anche una buona amica andrebbe bene, vero Cassandra?

Leggendo le considerazioni di altre viaggiatrici in solitaria, mi chiedo se tanta facilità a stringere anche solo rapporti occasionali, sia anche una questione di età: non é che tutti facciano a pugni per fare amicizia con i vicini di bus, ristorante e quant’altro e non essendo più una ragazzina preferisco dormire in una camera d’albergo e non in un ostello… insomma, io che sono riservata ma non disdegno una buona chiacchierata… mi sono sentita un po’ sola.

Lo rifarei? Piuttosto che stare a casa e non poter conoscere nuovi posti e nuove culture, certamente si, ma che mi soddisfi a pieno… no!

Un lungo viaggio

Non ho mai fatto recensioni di libri, mi sono sempre limitata a parlare di un libro o di un altro in famiglia o con amici. Di un romanzo si suggerisce il titolo, si riceve in prestito, in regalo o si sceglie come regalo, cosicché anche la storia scritta dall’autore si intreccia con quella di chi ne entra in possesso e la fa sua. Anche il lettore si ritroverà a pensare e a parlare attingendo ai ricordi di ciò che ha letto.

In questi ultimi anni e soprattutto in questi ultimi giorni, ognuno si esprime con toni e argomentazioni diverse su quanto sta accadendo: povertà, guerre, migrazioni di popoli, integrazione.

Mi sono ritrovata tra le mani un libro letto qualche anno fa: “Nel mare ci sono i coccodrilli” scritto da Fabio Geda con Enaiatollah Akbari, reale protagonista di questa storia.

Enaiatollah, quando è ancora bambino, rischia di essere costretto in schiavitù perché richiesto alla sua povera famiglia come risarcimento di un danno economico. La madre lo nasconde, finché è costretta ad accompagnarlo dall’Afghanistan in Pakistan, e a lasciarlo lì, solo.

Enaiatollah farà un lungo viaggio passando per l’Iran, la Turchia, la Grecia, arrivando infine in Italia.

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” Il diciottesimo giorno ho visto delle persone sedute. Le ho viste in lontananza e subito non ho capito perché si fossero fermate. Il vento era un rasoio e briciole di neve mi otturavano il naso, e quando cercavo di toglierle con le dita non c’erano più. Dietro a una curva a gomito, d’un tratto, me le sono trovate di fronte, le persone sedute. Erano sedute per sempre. Erano congelate. Erano morte. Erano lì da chissà quanto tempo. Tutti gli altri sono sfilati di fianco, in silenzio. Io, a uno, ho rubato le scarpe, perché le mie erano distrutte e le dita dei piedi erano diventate viola e non sentivo più nulla, nemmeno se le battevo con una pietra. Gli ho tolto le scarpe e me le sono provate. Mi andavano bene. Erano molto meglio delle mie. Ho fatto un cenno con la mano per ringraziarlo. Ogni tanto lo sogno.”

Come una buona medicina che ci può aiutare a guarire, in questo caso dal male dell’incomprensione, consiglio questo libro, da leggere anche con i nostri bimbi, i nostri ragazzi. Forse loro, nonostante noi, diventeranno persone migliori.

Balla che ti passa!

Si dice “canta che ti passa”.

Per me funziona invece il “balla che ti passa”, anche ora che non posso più sgambettare come una giovinetta.

I balli caraibici o il sensuale tango non fanno proprio per me, mi limito ad ammirare gli altri. Però un paio di anni fa sono stata coinvolta dell’entusiasmo di una coppia di amici e da mio marito – ballerino lui?!? – e ho partecipato ad una lezione di prova di ballo country. Secondo me mio marito ne era stato attratto sull’onda dei ricordi degli eroi del cinema hollywoodiano.

Ahimè il ballo non era per lui, non era soprattutto per le sue ginocchia, e una volta che anche i miei amici hanno appeso gli stivali al chiodo…mi sono ritrovata sola soletta ad aver voglia di continuare.

Ancora oggi non amo indossare il cappello, ma il country almeno accomuna giovani e…meno giovani e così questa volta ho coinvolto io qualche amica…e naturalmente anche Sibilla.

Perché racconto tutto ciò? Perché ieri ero stanchissima a causa di una settimana impegnativa, faceva molto caldo ed ero quasi pentita di aver scelto una serata danzante al mio divano…poi

mi sono ritrovata a ballare con il sorriso e la gioia di essere lì, senza età e senza tempo, perché il ballo è sudore certo, ma anche gioia. Non conta quanto tempo è passato, cosa si balla, conta il piacere che si prova a staccare da tutto e a lasciarsi trasportare dalla musica…che neanche la musica country mi ha mai attirato, forse perché non sono particolarmente attratta dagli Stati Uniti, però il testo di questa canzone è piacevole…

“Dicono che non si sa mai quello che hai finché non è andato…”

Quindi godiamoci il momento prima che vada via, c’è sempre una via di fuga – anche con i camperos – …poi domani si vedrà!

Riflessioni sulla scuola

Svegliatevi dal sonno

È finita!

L’anno scolastico è giunto al termine, sono in corso gli esami di terza media e tra qualche ora inizieranno gli esami di maturità, ma la maggior parte dei ragazzi ormai è in vacanza. Fino a qualche tempo fa questo periodo coincideva con la sospensione della mia canzoncina mattutina imparata in seconda media.

Le mie figlie detestavano questa canzone eheheh! Però si alzavano, oh sì!

Volete sentire come sono brava?

Scherzavo! Occorre esser seri quando si parla di scuola.

Quest’anno se ne sono sentite un po’ di tutti i colori e mi sono chiesta più volte cosa stia accadendo. Sono veramente colpevoli soltanto i nostri bambini/ragazzi o dietro non ci siamo noi adulti: insegnanti delusi e a volte anche impreparati e genitori – talvolta arroganti e ignoranti – che invece di crescere ed educare i figli, allevano principini e principesse ai quali non dicono mai un no.

In questi giorni mi sono ritrovata anche a discutere con una delle mie figlie sulla questione voti: quanto servono, quanto sono “giusti” essendo assegnati da una persona che è soggetta a stanchezza, simpatie, antipatie e che ha un proprio metro di valutazione che può differire da un collega. Non sarà bello dirlo, ma succede.

I voti non piacciono proprio ai ragazzi, neanche a noi genitori…ma secondo me sono anche necessari in quanto una misura aiuta a capire dove si è sbagliato, dove e quanto è necessario lavorare meglio.

Ognuno di noi ha incontrato, durante il percorso scolastico, professori che rimarranno per sempre nel cuore ed altri che popoleranno per sempre gli incubi notturni.

Ho amato le materie letterarie perché ho avuto la fortuna di incontrare professoresse che ammiravo, che entravano in sintonia con noi studenti, che trasmettevano l’amore per la loro materia. Ho sempre odiato la matematica avendo incontrato professori frettolosi che non riuscivano a comprendere come io non potessi seguirli senza problemi; e mettere in discussione il proprio metodo?

Ho sempre pensato che il ruolo dell’insegnante sia uno dei più difficili e nel contempo dei più gratificanti, i ragazzi sentono se l’insegnante vuole condividere o salire in cattedra per far cadere dall’alto il proprio sapere, che alla fine ben poco si saprà.

I ragazzi hanno bisogno anche di severità, giusta e proporzionata severità. Hanno bisogno di regole, di limiti che non vanno oltrepassati, limiti che si chiamano: rispetto, attenzione, stima. Hanno bisogno che ci sia un patto tra la famiglia e la scuola, che dovrebbe concretizzarsi in accoglienza, partecipazione e collaborazione.

Eppure ho partecipato a riunioni di comitati, assemblee di classe il cui numero di noi genitori, nel corso dell’anno, andava sempre riducendosi. Non credo alle scusanti del lavoro, degli impegni, basta organizzarsi e avere voglia…semplice voglia.

Per i ragazzi la scuola è la più grande opportunità di imparare, di formare i propri “strumenti” per affinare la capacità critica, la coscienza personale; è la più grande possibilità di crescere e dialogare con i propri coetanei.

L’abbandono scolastico porta molti giovani ad essere sempre più soli.

Qualche tempo fa ho letto degli articoli sugli Hikikomori, termine giapponese che significa “stare in disparte”, ritirarsi dalla vita sociale, dai contatti fisici.

Fenomeno diffuso negli adolescenti, soprattutto maschi, che a seguito di un’esperienza traumatica, anche scolastica, o a causa di fattori personali vari: il contesto familiare, l’assenza della figura paterna, una figura materna molto oppressiva, decidono di rinchiudersi in casa, nella propria camera, con la esclusiva compagnia di fumetti, videogiochi e internet.

Questo fenomeno è nato in Giappone, a causa della rigida cultura tradizionale e della pressione che comporta la ricerca del successo personale, ma negli ultimi anni si è diffuso anche qui in Europa.

Io ricordo ancora il periodo scolastico come uno dei più belli, nonostante le ansie e…la matematica, forse perché non essendo più giovane, tendo a trattenere i momenti più allegri e divertenti e forse perché troppo tardi ho pensato che avrei potuto almeno provare a diventare un’insegnante. Mi sarebbe piaciuto l’incontro e lo scontro con giovani allievi, è proprio da questi momenti che le generazioni imparano a confrontarsi e ad intendersi.

Non mi rimane che canticchiare – sono una pessima cantante – e a divertirmi alle spalle di chi, ingannato dal mio fare un po’ severo, pensa che io sia una professoressa.

L’altro giorno mi ha parlato con sguardo preoccupato anche l’oculista di mia mamma.

Eheheh!

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AcidaMenti… o no?!

Curiosando tra i primi articoli da noi pubblicati, ho trovato questa “conversazione tipo” avuta con Cassandra che un po’ si lega ad una considerazione da me fatta nell’articolo “Chi siamo?” della settimana scorsa. Quando progettavamo questo blog avremmo voluto focalizzare maggiormente l’attenzione su questi dialoghi non proprio da brave donnine di casa (ne facciamo anche di peggiori…). Avremmo voluto farvi conoscere un lato del nostro essere che poco traspare agli occhi di chi ci guarda… ma come dicevo siamo troppo educate e troppo influenzate da un retaggio che vuole la donna “adulta”, moglie e madre standardizzata in un ruolo che spesso ci va stretto e non ci rappresenta. Infatti, mi rendo conto che ci siamo un po’ lasciate influenzare da una deriva malinconica e romantica che spesso ci fa dire… “e che palle!!!” noi non siamo proprio così… un po’ forse, ma poi la nostra autoironia ci fa rinsavire.

Chissà se riusciremo a raggiungere il nostro obiettivo…

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AcidaMenti – pacchi

Sbarcano, non sbarcano,

li lasciamo sbarcare, non li lasciamo sbarcare.

Entrano, non entrano,

li facciamo entrare, non li facciamo entrare.

Toccava a te, no toccava a voi.

Mamma parlavano di pacchi?

No amore, parlavano di persone.

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Chi siamo?

Cassandra  Nel mio girovagare nel web, ogni giorno scopro un mondo ancora nuovo per me. Leggo e avverto la necessità che hanno molti di dare un senso a quanto scrivono, anche cercando di comprendere le idee dei blog altrui. Noto che alcuni cercano il proprio spazio instaurando un rapporto confidenziale con i propri follower mentre altri dosano gli interventi, altri ancora sentenziano facendo sentire il peso della loro cultura personale. Tutto questo probabilmente stimola la nostra curiosità – che mai ammetteremo – di scoprire chi si cela dietro ad un nickname o ad un’immagine.

Ognuno indossa una maschera, un velo, applica un filtro, qualcosa che renda liberi di esprimersi. Come di fronte ad un nuovo amore, tutti desideriamo valorizzarci e piacere.

Sibilla – Anche noi abbiamo fatto la scelta di nascondere l’identità con immagini di profilo camuffate e nickname di fantasia: il tutto per sentirci libere di dire ciò che vogliamo e pensiamo. Ovviamente non ci interessa emulare certe mine vaganti che sui social tirano bordate a destra e a manca, dimenticando le semplici regole della buona educazione, però quell’ironia un po’ velenosetta che nelle nostre chiacchierate private esce con prepotenza, in Menti stenta a decollare: siamo troppo educate!!! Ci siamo pure innervosite quando qualche commento ci è sembrato un po’ troppo pepato! Il problema è che ci sentiamo sotto i riflettori e non riusciamo ad essere “vere” come le troniste della De Filippi.

Tu sai che ultimamente ho manifestato il desiderio di uscire dall’anonimato… però non vorrei togliere l’aura del mistero e ricadere nell’anonimato della normalità.

Eeee son problemi!!!

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Fermo immagine

Nel continuo divenire della nostra storia, ricerchiamo costantemente quel qualcuno o quel qualcosa che sia felicità.

Ascoltando una vecchia registrazione di Tiziano Terzani, rifletto sulla differenza tra l’essere felici e l’essere contenti. Mi accontento perché sono appagata, percepisco calma, quiete, appagamento.

Ognuno ha bisogno di sentirsi contento, ma è anche naturale ricercare la felicità, forse posso equipararla ad una scossa, ad un’emozione fortissima alla quale non si è neanche preparati e di fronte alla quale ci si ritrova quasi sgomenti. Un attimo, un fermo immagine che fissa un fotogramma della nostra vita. Poi tutto ricomincia.

CambiaMenti

1_kfoZJqoU5IDWz-u7ZclDtQQuando è possibile ci piace ritagliarci una giornata tutta per noi due, soltanto noi due…nonostante il lavoro, la famiglia, il cellulare che squilla, il messaggio che arriva…

Avevamo quindi programmato un giorno di “lavoro” per Menti: niente chiacchiere, nessuna distrazione……ma abbiamo tante cose da dirci, abbiamo sempre nuovi argomenti, opinioni da confrontare, episodi da raccontare e troppo…poco tempo!

Per Menti quasi ogni giorno una stressa con idee serie e semiserie, l’altra tenta di arginare questo entusiasmo.

Occorre organizzarsi: informarsi, essere innovativi, coerenti, sistematici. I sogni si scontrano sempre con la realtà fatta di impegni e scadenze e incapacità, talvolta bisogna pur ammetterlo eheheh!

Il primo cambiamento è sostanzialmente di immagine, avevamo bisogno di colori che mostrassero quanto desideriamo cercare, trovare, conoscere, comunicare. Trovare cosa? E chi lo sa!

Voi?

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