Di madre in madre

00001182.jpeg

(Gustav Klimt)

Questo mese di novembre sarà da me ricordato come uno dei più complicati del 2017.

Mentre la figlia maggiore era in volo per un paese dell’Africa per partecipare ad un progetto di volontariato, la mia mamma accartocciava la sua auto e se stessa contro un palo della luce.

Ansia per un volo di tante ore verso un paese sconosciuto, ansia per una mamma che finiva in ospedale.

Di madre in madre.

Ora sono madre di una madre che mi ha rivelato gli anni che non vedevo, celati al mio sguardo dalla forza e dalla vivacità e sono sempre madre di una giovane madre surrogata, che abbraccia e ama bambini non suoi e ai quali dovrà dire addio.

Gli anni scombinano i ruoli, non sono più una figlia, ma una madre che decide, incoraggia e talvolta riprende e una madre che si commuove di fronte all’immagine di una giovane donna con un piccolo bambino che le dorme sereno in grembo.

Lì vedo la maternità, in un paio di braccia che sostengono ed accolgono, come ho desiderato fare dal primo giorno che ho abbracciato la mia creatura, come debbo fare ora abbracciando colei che invece ha messo al mondo me.

Alla ricerca del tempo perduto…ops è stato già scritto! (Seconda parte)

Durante l’anno scolastico…

Cassandra – L’anno scolastico della nostra terza superiore, penso sia stato per entrambe uno dei più belli, il profitto della classe era ottimo, i professori erano sempre ben disposti nei nostri confronti…ma non per questo si salvarono dalla nostra vena poetica, ad ognuno dedicammo delle filastrocche in rima, avremmo reso orgoglioso di noi anche Rodari.

SibillaHo trovato il mio diario di quell’anno ed è pieno di strofe semiserie: le poetesse non eravamo noi ma le altre due nostre compagne, quelle che sedevano dietro di me:
Ti delizio:

Arriva Galfrè che è allergico al tea
ma chi se ne frè!
Il professore di diritto è proprio un bel dritto,
fa il gattone, per darci sempre una bella interrogazione.
Articolo 33, articolo 43
perchè non te li studi un po’ te?
Povero Galfrè che deve sopportare
tutta la III E!
La moglie lo maltratta
il figlio lo sbatacchia
e la IIIE ridacchia.
Col Codice Civile ci fa saltar la bile.
Adesso ti salutiamo ed in
un tribunale ti aspettiamo!

Cassandra – Se ben ricordi, fummo poi coinvolte tutte nella composizione di tali rime. Soprattutto in occasione della cena di fine anno. Dedicammo una poesia anche al nostro Vicepreside. Invece di questo Galfrè  proprio non mi ricordo…devo preoccuparmi?

Essendo il nostro un istituto nel quale prevalevano le ragazze (mai una gioia), anche perché era un corso commerciale che preparava alla, ormai scomparsa, figura di segretaria d’azienda, era tutto un fermento quando si avvicinava l’8 marzo. Una cosa che mi colpì durante il mio primo anno di superiori fu assistere ad uno spettacolo preparato dalle quinte. Vedevo le ragazze ormai grandi, emancipate – pensa a quegli anni – mi ero ripromessa che avrei sicuramente partecipato a qualcosa del genere.

Sibilla: Non c’entra nulla, ma mentre leggevo della tua soggezione verso le ragazze di quinta, mi sono rivista ad una qualche assemblea in palestra (di nascosto ai miei genitori, tutti gli anni, mi sono fatta eleggere delegato di classe… e il bello è che ci credevo!), sicuramente ero al mio primo anno di superiori, l’uso dei “collant” non era ancora autorizzato (altro che le mamme di oggi!) e mi aggiravo tranquilla con una bella gonna scozzese, che quell’anno si usava e mia madre mi aveva cucito, scarpette con un piccolo tacco… e i gambaletti lunghi di cotone bianco, come quelli della Prima Comunione… Passare davanti ad un gruppo di allora diciottenni e diventare oggetto dei loro sfottò fu un attimo!!! Ricordo ancora oggi la vergogna e mi chiedo come mia madre non avesse previsto tutto ciò obbligandomi ad andare a scuola così (lei che a quindici anni era fidanzata con mio padre e a diciassette anche sposata!). Scusa la divagazione…

Cassandra – Non so se le ragazze ormai diplomate avrebbero apprezzato quanto mettemmo in scena, l’idea centrale era smuovere gli animi, provocare, eravamo figlie della Legge del divorzio del ’70, della 194 del 1978. Una classe rappresentò un testo teatrale di Ibsen “Casa di bambola” , noi prendemmo spunto da… un libro comico di A. Amurri,  “Come ammazzare un marito senza tanti perché” e un estratto de “I promessi sposi”. Direi che già da questo si può desumere quanto fossimo alla ricerca del lato spiritoso e ironico della vita. Mi improvvisai regista e attrice, tanto che la nostra amata professoressa di italiano mi disse che se non avessi fatto la segretaria, avrei potuto provare a fare l’attrice. Non ho mai ascoltato questo consiglio, peccato, forse aveva ragione lei, dato che ho fatto per alcuni anni la segretaria, ma sono allergica alle logiche aziendali. Molti anni dopo ho soltanto interpretato uno dei nani di Biancaneve in uno spettacolo di beneficenza…ma questa è un’altra storia…forse è meglio calare un velo pietoso. Comunque lo spettacolo fu un successo, tutti apprezzarono la nostra vena comica e soprattutto ironica, io ero l’avvocato che ascoltava le lamentele di una moglie che chiedeva il divorzio dal marito, tu eri la protagonista. Il meglio di noi riuscimmo però a darlo nei promessi sposi, tu eri una specie di Lucia, il tuo nome e cognome era Mimetta Nella grappa (da dove sia uscito ancora me lo chiedo) e io ero Renzo. Meno male che allora non esistevano i cellulari che registravano video, saremmo ancora su You Tube!

SibillaRicordo dello spettacolo la parte in cui ad un certo punto partorivo due bambini, uscivo di scena e presa dall’agitazione prendevo un cuscino e lo mettevo sotto la maglia a mo’ di donna incinta… peccato che la scena del parto era appena finita… Ricordo lo sconcerto delle mie “colleghe” attrici e del pubblico che si chiedevano come mai la pancia mi fosse venuta dopo il parto!!!

Cassandra – In quegli anni, soprattutto da noi che era un istituto frequentato da ragazze provenienti da famiglie semplici, di operai, le gite non erano mai particolarmente entusiasmanti, entusiasmante era però non andare a scuola e avere la possibilità di avere qualche ora per andare a spasso senza le insegnanti alle calcagna. Squillino le trombe, noi ci ritrovammo ad Asti, Sibilla tu sei di origini astigiane, figuriamoci che novità! Lì conobbi per la prima volta un tuo caro amico, oggi diremmo che eravate in una situazione di friendzone, una relazione di amicizia che uno dei due avrebbe voluto che si trasformasse in una relazione sentimentale, ma l’altro, forse, no. Per un bel po’ di tempo rimaneste così, penso che tu fossi attratta dall’aspetto malinconico problematico di quel ragazzo carino e gentile. Fu bello allora incontrare lui e il suo amico boxeur in un fine settimana in cui fui invitata a vendemmiare con la tua famiglia…ma questo sarà un altro racconto.

SibillaE in quel periodo iniziò il tuo ruolo di confidente/consolatrice. Fu un amore grande e travagliato, ma soprattutto a senso unico… ad oggi direi “fortunatamente” vista la propensione del giovane in questione a mettersi nei guai! A volte però avrei la curiosità di rivederlo per spiarne i cambiamenti. Ma anche no…: a volte quando guardo i miei ex compagni di scuola di elementari e medie con cui sono ancora in contatto penso: “miiii com’è invecchiato maleee!
Immagino chi un giorno leggerà questo articolo cosa penserà: i più gentili sorrideranno, i più ingenui penseranno che probabilmente sono una gran bella donna, i più acidi… non voglio saperlo!

Cassandra – Ricordi poi l’intervallo? La focaccia che mi rimaneva sempre lì è dell’anno seguente…invece in terza c’era sempre l’addetta all’acquisto dei panini, non avendo un bar interno e le macchinette dispensatrici di bibite e merendine da noi non c’erano proprio, arrivava il barista del bar dell’angolo con panini vari. Ogni tanto ci proponeva lo spumanto! Credo volesse essere spiritoso e volesse offrire lo spumante, ma aveva qualche problema con le vocali.

Sibilla Ricordo i tuoi problemi di deglutizione, per non parlare di dove trovassi, in quegli anni, le arance anche ad agosto (ma qui siamo già nella fase lavorativa). Ricordo che un po’, prima dell’intervallo si portava la lista dei panini e poi si andava a ritirarli: adoravo quello Tonno e carciofini, ne rammento ancora il sapore Però ricordo anche che quando arrivavo a scuola con il panino con l’insalata russa fatta da mia madre era meglio fosse bello grosso perché dovevo darne un pezzo a mezza classe!

Cassandra – Nonostante fossimo una bella classe, c’erano i cosiddetti gruppi, qualcuna di noi aveva anche qualche problema di cui però aveva voluto parlare in classe, si parlava di fumo, di canne. La nostra professoressa di italiano, bella e brava, brava e bella, parlava molto con noi, è stata un modello. Una volta si discusse sul fatto che spesso i ragazzi ricercano qualcosa in più, un’emozione in più, fumando una canna (che io peraltro non ho mai provato, sempre perfettina anche allora) anche quando possono essere contenti e soddisfatti di quello che hanno, di una bella giornata che possono aver trascorso in buona compagnia. Ecco il punto, la buona compagnia che non sempre abbiamo la fortuna o la capacità di trovare.

SibillaNon ricordo nell’anno della III cosa ci facesse impazzire alla radio, ma questa a me piaceva!

Barbie vs Bratz

Natale si avvicina e come tutti gli anni tiro fuori un libricino dove preparo la lista delle persone a cui dovrò fare il regalo, butto giù delle idee, controllando di non fare doppioni (senza per altro riuscirci… vero Cassandra?). Come tutti gli anni mi prende un po’ d’ansia quando a fianco di alcuni nomi non so cosa scrivere. Raccolgo anche i vari volantini che trovo nella buca delle lettere e scorro le pagine che mi parlano di cellulari, elettrodomestici e giocattoli. La sezione dei giochi mi attira ancora oggi che non ho più bambini e gli unici tre nipotini, figli di mia sorella (precisiamo), hanno ormai gusti che poco hanno a che fare con i classici giocattoli che tanto piacevano a me e ai miei ragazzi.

L’occhio mi cade su una splendida Barbie e il salto nel passato è inevitabile. La mia generazione è cresciuta con il mito di questa bambola dalle misure un po’ strane, tutte amavano la Barbie… tutte tranne mia madre. Sono cresciuta in una famiglia dignitosa ma certamente non ricca, i miei facevano i salti mortali per non farci mancare nulla in particolare a Natale; eravamo anche fortunati perchè un paio di zie più abbienti ci ricoprivano di bei regali, ma resta il fatto che i miei genitori non seguivano le mode, o le seguivano ma le adattavano. Come dicevo adoravo la Barbie, ma costava troppo, non aiutava il fatto che abitavamo in una delle zone più eleganti della città e quindi le mie compagne di scuola possedevano un esercito di bambole e soprattutto degli splendidi cambi di vestiti. Ricordo come ieri il giorno che andai a giocare da una certa Clio ed entrata nella sua stanza mi ritrovai faccia faccia con il mio sogno ad occhi aperti: Barbie di tutte le nazionalità, colori di capelli ecc e armadi pieni zeppi di vestiti, scarpe e borsette! Tornata a casa guardai la mia di Barbie, tarocca, con indosso il semplice costume da bagno e mi sentii triste. Come dicevo mia madre non amava questa bambola, la trovava brutta e quindi non si sentiva minimamente in colpa ad avermene comprata una che aveva un altro nome, gli assomigliava ma non era lei. E’ stata una costante ricevere regali “tipo”. La prima bambola che camminava da sola  si chiamava Patrizia che era tipo Michela, quella famosa, poi è stata la volta di Coccolino che era tipo Cicciobello e così io giocavo con la mia “tipo Barbie” con mia sorella che aveva il fidanzato “tipo Ken” e la “tipo sorella di Barbie”.

Il primo Natale che festeggiai da donna sposata e purtroppo l’ultimo che trascorsi con mia madre, ricevetti da lei un regalo inaspettato: una bellissima Barbie “polvere di stelle” con un biglietto con scritto su: “così non rompi più”. E sì, le ho rinfacciato spesso questa sua avversione verso un gioco che io desideravo davvero tanto e mi sono sempre ripromessa che ne avrei regalato cariolate alle mie nipotine: adesso che ne ho la possibilità non è più di moda e le bambine non la degnano di uno sguardo, impazzendo per valchirie “tipo Bratz”.

Io però la mia Barbie ce l’ho nella sua scatola nel mio armadio e non permetto a nessuno di toccarla.

Alla ricerca del tempo perduto…ops è stato già scritto! (Prima parte)

L’incontro

Cassandra – Ogni volta che provo a cercare l’immagine che mi può riportare al primo incontro con te, rivedo me seduta al primo banco della fila centrale della nostra classe e tu seduta nella fila alla mia sinistra, ma vicino ad una finestra, con delle antennine sulla testa, ecco rivedo quella finestra…e ripenso a quelle antennine.

SibillaAnche io mi ricordo delle antennine, ma mi rivedo mentre le porto “a mia insaputa” per il centro della città, senza capire perché la gente mi guardi ridendo e le mie amiche non mi dicano nulla!

Cassandra – Ci siamo ritrovate nella stessa classe in terza superiore, provenivamo da classi diverse, quindi ci portavamo dietro le amicizie ormai consolidate nei due anni precedenti. A dir la verità io portavo solo una mia compagna, quella che come me aveva il problema delle lenti a contatto, quindi è stata una conseguenza naturale sederci in prima fila, peccato che l’aula fosse decisamente piccola, i nostri banchi erano una sorta di prolungamento della cattedra. Avevamo un rapporto tête a tête con il professore di turno. Che brividi quando scorrevano l’elenco del registro (non eravamo ancora all’epoca di quelli digitali) per pescare il malcapitato di turno, anzi la malcapitata, eravamo una classe completamente femminile.

Vedevo quindi te, biondina, sotto la luce della finestra con accanto la tua compagna, dietro sedevano anche un’altra coppia di amiche, come si dice quando si è ragazzine, del cuore. Per cui, quando era possibile, ero io a spostarmi accanto a voi per fare due chiacchiere, eravamo tipine peperine, era stato quindi facile entrare in sintonia e ritrovarsi reciprocamente simpatiche.

SibillaInizialmente ricordo una mora procace con tanti capelli sempre insieme ad una tipa strana (ammetterai che F era una po’ “particolare”), come mi sarebbe piaciuto avere una criniera naturalmente anni ’80 come la tua!

Cassandra – Abitando io in città, tu in un piccolo paese, non ricordo grandi uscite, avevamo amicizie diverse, al di fuori della scuola, quindi durante quel primo anno, credo che la nostra fase iniziale di questa lunga amicizia, si sia svolta quasi tutta lì, tra le mura scolastiche, quando ci siamo ritrovate a impegnarci per la raccolta di aiuti a seguito del terremoto del Novembre 1980, durante il Carnevale, per lo spettacolo per la festa della donna e la gita scolastica.

SibillaE’ vero che il primo anno la nostra amicizia è nata e cresciuta all’interno della nostra scuola. I miei genitori avevano, tutto sommato, una mentalità aperta, però a 16 anni la mia libertà si esauriva ai confini del mio paesello. Non mi pesava perché lì avevo amici e perché fondamentalmente il mio cuore era in quel paese tra le colline astigiane… Poi ricordo che all’inizio della quarta, a settembre, mi hai telefonato e invitato a casa tua: di tutta quella bella combriccola della terza E solo noi due avevamo deciso di continuare gli studi e quindi è stato naturale unirci e farci forza, da lì a poco ne avremmo avuto bisogno. Iniziare la quarta non è stato facile, soprattutto per certe materie: INGLESEEEE!!! Ricordi? Cominciammo in 32 e finimmo in 12 e una riuscì ancora a farsi bocciare. Che incubo, l’unica bella cosa fu che i miei mi dettero il permesso di uscire con te la domenica… ogni quindici giorni!!!

Cassandra – Degli incubi della quarta superiore dovremmo scrivere un capitolo a parte. Ricordi il professore di Italiano che, fortunatamente, durante il primo quadrimestre andò via? Ci faceva studiare “I sepolcri” di Ugo Foscolo a memoria! In più assegnava temi un po’ particolari del tipo: Descrivi un uovo. Una mattina ci raccontò che rimase stupito nel leggere lo svolgimento del tema di un ragazzino di un’altra classe. La traccia era, se la memoria non mi inganna: Racconta, il professore entra in classe, apre la finestra, spicca il volo e…” Lo studente aveva scritto (più o meno): cadde e si schiantò sull’asfalto del marciapiede. (Per farla breve) Ricordo che la cosa ci divertì molto! (Risate a crepapelle sotto al banco).

Ma torniamo alla nostra terza. Ecco il Carnevale è anche ben chiaro nella mia memoria. Una nostra compagna (o tu?!?) aveva recuperato un baule di abiti, quindi alcune di noi improvvisarono la propria maschera. Tu avevi una bella giacca ricamata e dorata, quasi principesca, io, visto che mi sono sempre portata dietro un animo da maschiaccio (come mi chiamò una mia professoressa delle medie), mi acconciai come una cantante punk di quegli anni Lene Lovich. Abbiamo scorazzato su e giù per i corridoi dei vari piani, in coppia, non era chiaro a chi ci guardava, chi rappresentassimo, dovevamo infatti spiegarlo, ad un certo punto decidemmo che io ero una “Star” e tu eri il mio gigolò…e accidenti non ricordo se quelle antenne spuntarono lì e il mio flashback profilo Sibilla, finestra, luce mi riportano a quel giorno.

SibillaRicordo il vestito, perché lo indossai anche ad una festa con mio cugino, non ricordo però da dove venisse e ammetto che non mi ricordo di te e di me che facevo lo gigolò: amnesia post traumatica… riprendo conoscenza indossando le famose antennine da Ape Maia eheheh!

Bella questa carrellata di ricordi… perché non continuare?

Acidamenti – Lezione di Country con delitto

Ieri sera ho assistito ad una scena che mi ha fatto pensare e sorridere.

Dopo la consueta lezione di country del venerdì io e il mio gruppo ci siamo trasferiti in un locale dove possiamo passare un paio d’ore ballando ed esercitandoci, spesso c’è anche Cassandra che è colei che mi ha introdotto nel magico mondo dei Camperos ma soprattutto dei cappelli alla “Mezzogiorno di fuoco” (giuro: li adoro) e che è, obbiettivamente, più brava di me ;-).
Tra i miei compagni c’è un ragazzone alto e muscoloso che si esercita con impeto per non sfigurare con la sua nuova fidanzata che è una veterana del Country, che essendo appunto una veterana non frequenta il nostro corso da principianti. Ieri la “ragazza” entrando nel locale ha trovato il suo compagno che già si scatenava in pista e che preso dalla foga si è limitato ad un generico saluto… ma come si fa, dico io, ad essere così ingenuo??!! Apparentemente non è successo nulla se non che lei si è posizionata un paio di file più indietro rispetto al malcapitato che, per più di una volta con lo sguardo l’ha cercata ed invitata a raggiungerlo, ma lei con sorriso serafico ha sempre rifiutato. Mentre ballavo li tenevo d’occhio ed è stato divertentissimo vedere sul viso di quell’uomo alternarsi varie espressioni: primo invito con occhio noncurante, secondo invito con occhio insistente, terzo invito con occhio scocciato… quarto invito con occhio spaventato. Ad un certo punto ha capito l’errore, anzi no, ha capito di aver commesso un errore ma se conosco gli uomini, difficilmente ha capito quale fosse.
Se si frequenta un corso dove su quindici persone tu ed un altro siete gli unici uomini, se balli in pista attorniato dalle tue compagne di classe, non è consigliabile ignorare l’arrivo della tua fidanzata, anche se l’hai salutata un paio d’ore prima! Lei sa che le altre vi stanno guardando e giudicando e se tu non la consideri con la giusta (anzi di più) importanza, ci sarà chi scuoterà la testa e chi ci godrà!
Noi donne siamo un po’ contorte ammettiamolo, in questo ammiro gli uomini che sono più semplici e diretti, però un po’ più di attenzione non guasta mai.

Volete sapere com’è finita? Si è spostato lui e per tutta la serata non l’ha più abbandonata… poi il country ha fatto il resto.

Lo so Cassandra che l’Acidamenti l’abbiamo pensato come una raccolta di brevi considerazioni, ma questo articolo ci stava proprio bene!!

Lupen: il cane che amava i funerali

Mio figlio il maggiore, non amava molto i cani: da piccolo, quello di mio padre, geloso delle attenzione che il padrone riservava a quello strano cucciolo a due gambe, decise di morderlo, poi, forse fiutando la sua paura, qualunque cane si avvicinasse al bambino come minimo gli ringhiava, anche se lui non aveva fatto nulla. Per contro il fratellino amava talmente i cani che se ne vedeva uno, quando ancora gattonava, faceva di tutto per abbracciarlo, con notevole ansia da parte nostra. Mio marito decise di risolvere i due problemi portando a casa un bastardino, di piccole dimensioni che battezzammo Lupen. Se il bambino più grande lo accolse con moderato entusiasmo, con il più piccolo fu amore a prima vista. Dove c’era l’uno, c’era l’altro, quando il cucciolo cominciò a farsi i denti, il padroncino si sacrificava lasciando che il suo cane gli mordesse ripetutamente la mano finchè puntualmente correva da me con le lacrime per il male (aveva circa due anni) e a nulla valevano le nostre parole, si nascondeva per lasciarglielo fare. Per contro se si sentiva frustrato per qualcosa, prendeva il suo cuscino antisoffoco e insieme si coricavano nella cuccia del cane.
Lupen è cresciuto con i miei due figli e i miei due nipoti: il più piccolo aveva due anni, il più grande dei quattro bambini ne aveva cinque, con pazienza infinita accettava di essere il protagonista dei loro giochi e quando le attenzioni si facevano pesanti, faceva finta di morderli, se non bastava… correva da me e si nascondeva dietro le mie gambe.
Lupen era un cane indipendente: scappava continuamente. Niente poteva fermarlo: se lo legavamo i bambini lo liberavano, lui si nascondeva e come uno di noi apriva il cancello, via verso la libertà in cerca di cagnette! Quando tornava magari giorni dopo, inutile punirlo, il più delle volte si riposava, mangiava e poi ripartiva. Quando tornava se il cancello era chiuso, abbaiava ai vicini di modo che venissero a suonare al nostro campanello, noi aprivamo e lui  correva impazzito in tondo nel cortile per dimostrarci la felicità di vederci… quasi l’avessimo abbandonato noi. Al che mio marito fece uno sportello, come quello dei gatti, di modo che quando tornava, non disturbasse i vicini e spingendo con il muso entrasse da solo… peccato che, sempre con il muso, imparò anche ad aprirlo da dentro, per uscire!
Gli anni passarono, ma la sua voglia di libertà mai. Se gli amici di mio figlio lo vedevano lo caricavano sul serbatoio della moto, lui con le orecchie al vento si faceva portare a casa, scendeva e riscappava… magari con la cagnetta di razza della vicina, che non si accoppiava con nessuno se non con Lupen, tanto che quando era in calore la signora le metteva “le mutande” di modo che….
In paese tutti lo conoscevano e lo assecondavano: chi lo faceva entrare in casa e lo rifocillava per giorni, chi provava a procurargli uno sgabello quando si innamorava del pastore tedesco alto tre volte lui.
In quel periodo noi frequentavamo una famiglia e la mia amica era vigilessa del paese. Da noi, ancora oggi, c’è l’abitudine, se si può, in occasione dei funerali di fare la processione e di accompagnare il feretro a piedi dalla chiesa al cimitero. A quei tempi c’era sempre un vigile a capo della processione e se lui riconosceva la nostra amica le correva incontro, le abbaiava felice e l’accompagnava zampettando per tutto il percorso… . Ricordo le risate quando, ad un funerale di un nostro parente, vista la presenza di tutta la famiglia, mi chiese come mai lo avessimo lasciato a casa!!

Lupen ci accompagnò per quattordici anni e aiutò i nostri bambini a crescere, rispettando la personalità di ognuno di noi: io ero il capobranco, da me si fece curare le ferite delle sue scorribande, quando altri cani meno comprensivi gli facevano capire chi comandava, mio marito era l’umano burbero con il quale meglio non scherzare troppo, il padroncino più grande ero quello a cui chiedere con delicatezza due carezze e basta benchè sembrava sapere che a modo suo anche da quest’ultimo era amato… e poi c’era la sua passione: quel bambino prima e ragazzino poi che la notte, quando ormai dolorante e ultimamente ammalato, di nascosto da noi lo lasciava saltare sul letto e dormire ai suoi piedi.

Quante storie ci sarebbero ancora da raccontare su Lupen! Ancora oggi, a distanza di più di dieci anni lui non “un cane”, ma “IL cane” e nessuno ha mai preso il suo posto e nessuno è mai intelligente come lo era lui, per noi. Non gli ho mai detto, come sento spesso adesso: “Vieni da mamma”, l’ho sempre trattato da cane, gli ho dato e ricevuto tanto affetto.  Chi proclama di amare il proprio cane come un figlio, mi dà i brividi, mi pare sia una enorme mancanza di rispetto verso chi aveva un figlio e l’ha perso: quando ho dovuto portare Lupen dal veterinario per porre fine alle sue sofferenze è stato terribile… ma mi è impossibile anche solo immaginare di perdere un figlio, purtroppo ho vissuto in famiglia questa tragedia e veramente penso che si stia perdendo la giusta visione della vita. Detto ciò considero Lupen come un tassello indimenticabile e fondamentale nel puzzle della nostra famiglia e non posso che ringraziarlo.

Una buona giornata

Ho letto da qualche parte che per iniziare bene una giornata ci vuole una musica adatta.

Pare che una di queste, sia la canzone Viva la Vida dei Coldplay, gruppo che apprezzo e quindi, per sperimentare, provo anche io ad ascoltarla con voi

Però io sento le mie origine del sud e amo smisuratamente Pino Daniele, quando prevale la mia anima malinconica/serena… (?!? penserete voi) mi piace ascoltarlo. Questo pezzo, inizia con…lunedì e noi siamo ancora al sabato, ma

E allora sì
che vale ‘a pena e vivere e suffri’ 
e allora sì 
che vale ‘a pena e crescere e capi’ 
credere ancora all’amore 
farsi portare un po’ di più 
oppure è tutta suggestione questa vita. 

Blog su WordPress.com.

Su ↑