Cuori spezzati

Guardo con sgomento le immagini del grattacielo che brucia. Un senso di sconforto e di stanchezza mi opprime: avere figli a Londra, di questi tempi, è davvero difficile. Se quasi sono anestetizzata nei confronti degli attentati terroristici, mi ritrovo impreparata davanti a questo “incidente”: molte case bruciano in Inghilterra, Italia, nel mondo, ma ciò non toglie che non ho potuto non pensare ai miei ragazzi che abitano in case dal costo stratosferico ma dal valore nullo in termini di sicurezza (e anche di estetica). Guardo l’immagine di una bella coppia di giovani veneti che sorridono all’obbiettivo, si amano e non mi è difficile immaginare l’entusiasmo di chi comincia una vita insieme, in una città piena di possibilità in termini di lavoro, divertimento e cultura. Non mi è difficile immaginarlo perché è ciò che mi viene mostrato ogni settimana quando i miei ragazzi trovano il tempo di chiamarci perché la loro giornata è ricca di impegni. Adesso il cronista intervista il padre della ragazza, inveisce contro il nostro paese che non offre sbocco ai nostri figli e un sorriso amaro attraversa il mio viso: so (come forse sa lui) che probabilmente la scelta di andare a vivere in una metropoli come Londra non è così determinata da un discorso economico o lavorativo in genere, ma capisco che di fronte a certi dolori il bisogno di trovare un capro espiatorio sia necessario alla sopravvivenza, quindi niente discorsi polemici, solo rispetto.

Ciò che però devasta il mio cuore è stato apprendere che questi ragazzi nell’ora della paura e, purtroppo, della morte hanno dovuto chiamare la propria mamma e il proprio papà, per chiedere aiuto, per essere rassicurati, proprio come quando da bambini si guarda ai propri genitori come a dei supereroi che tutto possono e tutto risolvono. Mi asciugo velocemente le lacrime che non riesco a fermare, mio marito se ne accorge ma fa finta di nulla, anche lui sembra colpito, lo capisco. Penso a questi genitori che impotenti hanno ricevuto la telefonata e nulla hanno potuto fare, al senso di colpa, pur non avendone, per non avere potuto proteggere i propri “bambini”. Penso ad un episodio di tanti anni fa, quando mia madre negli ultimi dolorosi attimi di vita, invocava sua madre e mi rendo conto che spesso anche io, pur professandomi non credente, quando mi sento in difficoltà è con lei che parlo. Anche in questo momento di dolore condiviso non posso fare a meno di pregarla: “me, mai loro”.

 

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6 thoughts on “Cuori spezzati

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  1. L’altro giorno ho dovuto fermarmi nel raccontare alla mia piccola le parole che il giornalista aveva riportato sulle telefonate di questi due ragazze, perché aveva un groppo alla gola. Ricordo anche di una ragazzina che aveva chiamato la sua amica del cuore. Chissà quante telefonate del genere saranno partite! Spesso denigriamo la nostra Italia, vediamo i paesi esteri come più efficienti, organizzati, preparati; poi la cronaca di questi ultimi mesi ci presenta situazioni nelle quali scopriamo che non sono poi così efficienti, né organizzati e preparati. Le tragedie sono tragedie ovunque, soprattutto se dietro c’è incuria. Penso a chi è rimasto, a chi dovrà farsi una ragione su qualcosa che ragione non ha e ai nostri ragazzi italiani, tutti, che hanno voglia di fare e di scoprire e che portano nel mondo quello che di bello siamo o potremmo essere.

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  2. di fronte a simili tragedie si resta in silenzio e basta. Il destino, che volenti o nloenti è già scritto per ognuno di noi ha deciso così. In maniera brutale e dolorosa per chi li conosceva, per i genitori. Faccio solo un appunto al genitore che ha inveito perché in Italia non c’è posto per lavorare. Questo è vero ma è anche altrttanto vero che spesso si va all’estero a lavorare per altri motivi, accettando lavori che in Italia si rifiutano schfati. Infatti conosco giovani senza arte né parte che preferiscono fare gli sguatteri a Londra e non in Italia. Forse è un mestiere più nobile là?
    Chiudo questa parentesi sui nostri giovani che vanno all’estero e dico che quell’incendio è una grande tragedia

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    1. Ripeto che di fronte ad un grande dolore serve prendersela con qualcuno. Sulle motivazioni per cui si va a lavora all’estero il discorso è lungo ma discuterne in questo articolo vorrebbe dire andare fuori tema.

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