Tradizione o fede?

Sibilla: scrivendo l’articolo sulla scelta dell’abito da sposa, mi è tornato in mente il problema che i ragazzi hanno dovuto affrontare  scegliendo di non fare un matrimonio religioso. Credo che i più giovani, quando leggeranno questo articolo, troveranno assurdo che nel 2017 ci sia ancora qualcuno  contrariato da tale scelta, ma due possono essere i presupposti da cui partire: fede o tradizione.

Cassandra: fede e – non soltanto o – tradizione sono i presupposti per una buona parte di persone, per noi che siamo italiani e quindi legati ancora molto alla tradizione e, diciamolo, condizionati dall’eventuale parere dagli altri, che siano parenti o amici. Per me la base di un’unione dovrebbe essere il sentimento che lega le due persone. Certamente se si decide di sancire un legame i percorsi sono due: attraverso un cerimonia religiosa o una cerimonia soltanto civile; ma la decisione deve essere degli sposi, tutti gli altri sono di troppo…anche noi genitori…;)

Sibilla: sono d’accordo con te sulla libera scelta che gli sposi devono fare,  però vorrei andare oltre. Negli ultimi anni ho maturato la convinzione che dopo… non ci sia nulla, nello stesso tempo però mi piace pensare a quelle immagini stereotipate: la nuvoletta con dietro un bel signore con la barba, una signora con il velo azzurro e tutte quelle persone che mi hanno amata (o che non hanno potuto amarmi perché se ne sono andate prima di potermi conoscere) ad osservarmi nella vita di tutti i giorni. NON RIDERE!!! Voglio dire che è consolatorio pensare che tanta fatica di vivere abbia uno scopo. Inoltre quando mi capita di partecipare a qualche bella funzione religiosa, provo piacere nel fare parte di una comunità con gli stessi principi e gli stessi valori (almeno sulla carta). A volte mi chiedo se spogliarsi di tutto il nostro passato in nome di una fantomatica globalizzazione basata su “siamo tutti uguali” non sia un errore: non siamo tutti uguali, ed è nella diversità di spirito, pensiero e ideali che ci si arricchisce… o no?

Cassandra – ti rispondo con ordine…ho sorriso, non riso.

Che dopo ci sia il nulla o qualcosa, non è dato a noi saperlo. Non credo che immaginare o essere convinti di un dopo dipenda da come si è scelto di sposarsi. Anche io ogni tanto penso che “gli altri” ci guardino…e la cosa mi inquieta alquanto, che ansia pensare che si viene osservati e forse giudicati! Se c’è un qualcosa, ma secondo te, staccandosi da tutto quello che c’è di terreno, quanto potrà mai interessare guardare i casini di quaggiù? La vita è il traguardo o il viaggio? Usciamo dall’argomento. Propongo di ragionarci la prossima volta…

Non fermiamoci alla bellezza della comunità in una chiesa, che poi è vero che i canti, le preghiere, se condivisi da più persone in uno stesso luogo, diventano energia, potenza, è una sensazione che avverto quando assisto ad una cerimonia particolarmente sentita dalle persone presenti. Credo che si possano avvertire emozioni positive, gioiose, anche se si assiste all’unione di due persone che si amano in un luogo diverso. Dipende anche dalla nostra propensione d’animo.

Io non percepisco “il siamo tutti uguali” come un fattore negativo, sono d’accordo con te che non lo siamo, né penso ci si debba spogliare delle nostre tradizioni, della nostra cultura. Per me l’uguaglianza sta nell’avere i medesimi diritti e nel potersi esprimere per ciò che si è. In questo caso nel fare ciò che si desidera fare…ovvero sposarsi civilmente o con rito religioso indipendentemente da madri, padri, nonne e affini che vorrebbero condizionarne la scelta. Facciamocene una ragione, non siamo noi che dobbiamo sentirci nel matrimonio dei nostri figli appagati e convinti che tutto è come dovrebbe essere, ma sono i nostri figli che devono avvertire questo, indipendentemente da noi…e da amici, parenti, vicini, colleghi ecc. ecc. ecc.

Sibilla: neppure io percepisco “il siamo tutti uguali” come un fattore negativo, ma sono convinta che così non è. Se tutti ci “rassegnassimo” al fatto che non lo siamo, ma ci accettassimo e riflettessimo sulle bellezza nella diversità, probabilmente non vivremmo certe tragiche realtà. Resta il fatto che tutti siamo consapevoli che non è il NOSTRO matrimonio, ma per chi vive nella fede è difficile accettare che proprio i figli abbiano preso una strada diversa e visto che anche i genitori (strano!) sono esseri umani un po’ di indulgenza con guasterebbe!

N.B.: meno male che non sapevamo cosa scrivere!!!

 

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No, la mela no!

Quella mela noi non ce la siamo proprio mangiata!

Basta con questa storia del peccato originale, troppo comodo dire che l’ha mangiata Eva, Adamo si era ben preoccupato di dire che la donna che gli era stata posta accanto gli aveva dato l’albero e ne aveva mangiato…e rispondere “NO”?

Giù anatemi:

è stata posta inimicizia tra l’uomo e la donna…grazie!

Moltiplicherò
i tuoi dolori e le tue gravidanze,
con dolore partorirai figli.
Verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ma egli ti dominerà”. Continua a leggere “No, la mela no!”

Le due facce della medaglia

genitori-e-figli

Faccio parte di quella categoria di persone che parlano da sole. E’ un’abitudine che risale ai tempi della scuola, quando ripetevo la lezione a voce alta. Nel tempo ho mantenuto questa abitudine per… litigare con chiunque ed avere ragione, spiegare le mie motivazioni, fare il punto della situazione e capire se ho capito. E’ un sistema che mi aiuta a mantenere la concentrazione, mentre, se penso in silenzio, tendo a distrarmi. A questo punto, giustamente, qualcuno potrebbe pensare che sono strana, ma non è questo il momento di discuterne :-).

L’altro giorno, non ricordo per quale motivo, mi è tornato in mente un episodio avvenuto l’estate scorsa, quando sono andata a Londra in visita ai miei “bambini”. Eravamo a tavola e si scherzava sul fatto che il loro padre ancora non si era convinto che anche il più giovane dei nostri figli avesse deciso di NON tornare più in Italia; la fidanzata del più grande, con fare un po’ saccente, affermò che era brutto che noi esternassimo questi pensieri con i nostri figli: “pensa come si sentono!!”. A quel punto ho preferito lasciar cadere il discorso: non è semplice spiegare che i genitori sono prima di tutto esseri umani con le loro debolezze e che, se si vuole essere trattati da adulti, bisogna essere capaci di ascoltare gli altri e comprenderne gli stati d’animo.

Riflettendo su questo  – ed altri episodi simili – ho cominciato a spiegare al mio invisibile interlocutore, sempre a voce alta, che in fondo è comprensibile questo loro modo di pensare: sono giovani ed hanno una visione parziale di quelli che sono i rapporti genitori figli. Loro sono figli e possono solo immaginare cosa significhi essere genitori, noi siamo genitori ma sappiamo anche cosa significhi essere figli.

Mi è venuta in mente una medaglia: la facciata che vediamo è quella dei figli, la nascosta è quella dei genitori.

I figli guardano la loro facciata e la vedono bellissima e pensano di averla disegnata loro, quella dei genitori non la vedono ma “sanno”, a prescindere, che loro l’avrebbero disegnata meglio.

I genitori guardano la facciata dei figli e la vedono bellissima e sanno di averne disegnata una bozza che i figli stanno perfezionando, poi guardano la loro facciata e sanno, a prescindere, che avrebbero potuto disegnarla meglio.