Zucche e crisantemi

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Come tutti gli anni mi sono ritrovata dall’amica fioraia a prenotare i crisantemi da portare al cimitero per “i Santi”. Siamo coetanee io e la fioraia e chiacchieriamo volentieri quelle due o tre volte all’anno in cui vado nel suo negozio. Questa volta, tra una battuta e l’altra, ci siamo ritrovate a considerare come ormai la maggior parte delle festività abbiano perso importanza nella struttura famigliare di oggi. Riflettevamo come la globalizzazione e la superficialità con cui si guardano certi eventi abbiano spogliato gli stessi di quel rispetto, piacere e anche magia che spesso li accompagnava. Da lì, saltare sul carro dei ricordi è stato un attimo.

Anni fa l’uno e il due novembre erano entrambi festivi e spesso ho sentito i miei genitori dire ai fratelli: “ci vediamo ai Santi” oppure “ai Santi andiamo a portare i fiori, dopo venite da me?” A volte anziché “ai Santi” si diceva “ai Morti”… ma era più usata la prima, chissà perché? 🙂 Così nel primo pomeriggio di una festa che solitamente decretava la prima uscita in cappotto, tutti insieme ci si recava al cimitero e si trascorrevano, sembra strano, piacevoli ore. Forse abitare in un paese cambia le dinamiche d’incontro, certo è che, come per la festa patronale, “i Santi” erano il momento in cui potevi rivedere il vicino di casa, che si era trasferito, fermo davanti alla tomba dei propri cari, quel compagno di scuola che non vedevi da tanti anni, conoscere che fine aveva fatto quel giovane scapestrato che da qualche tempo era sparito dalla circolazione o ancora considerare come si era sciupata quella che si credeva la più bella del paese. I nonni prendevano i più giovani e li obbligavano, anno dopo anno, ad ascoltare sempre le stesse storie: “quello era il figlio del vicino morto tragicamente”, “quella abitava al posto di… dove adesso abita quella famiglia senza figli”, “ti ricordi di… che quando eri piccolo ti dava sempre le caramelle?”… che noia, avevi voglia di tornare a casa, sperando che venissero anche i tuoi amici, cugini, altri bambini con cui giocare nella propria stanzetta o con cui arrostire le immancabili castagne. Che noia allora ma che nostalgia oggi!
Ripensando oggi a quei momenti, oltre al piacere dello stare insieme alle persone care “vive”, ridere e scherzare, come di solito avveniva, davanti alla foto, magari sorridente, del proprio parente o amico defunto, dava la sensazione che anche chi stava dall’altra parte partecipasse a quella che era, per la maggior parte dei presenti, una vera e propria festa. Spesso era l’occasione di ricordare aneddoti divertenti legati chi non c’era più e a un periodo della vita  passata e raccontarla ai giovani di casa  significava tessere una trama che legava il passato, tramite il presente, con il futuro.

Oggi spesso non si ha tempo per vivere il presente, si è costretti a pianificare e ripianificare il futuro… per il passato non c’è tempo. “I Santi” così come “i Morti” sono il passato che non può più parlare (o che non si vuole ascoltare), il tempo libero DEVE essere divertente per cui: benvenuto Halloween!!!

Cara Sibilla, questi giorni hanno quasi un sapore, direi…dolceamaro.

Mi piace il ricordo che hai condiviso, avrei voluto essere una di quelle bimbette che giocavano con te al rientro delle visite al camposanto…ma non ci conoscevamo ancora. Il tuo è un ricordo che lascia un po’ di nostalgia, quindi si può conservare tra quelli belli da rispolverare ogni anno.

Io non ho niente di così poetico, la mia famiglia di origine è lontana, quindi questa ricorrenza non ci radunava attorno ad un tavolo. Anzi, io vivevo questa festa/ricorrenza con una nota di fastidio, quando ero un ragazzina ci si spostava meno in auto, quindi odiavo prendere il tram ed essere pigiata dalle numerose persone cariche di fiori e vasi ingombranti. Avendo perso presto un genitore, ogni settimana ero lì al cimitero e nel mio percorso lungo i viali ritrovavo familiari le immagini delle foto sulle tombe e sui loculi, mi colpivano i volti giovani o quelli dai tratti un po’ severi perché ormai di altri tempi. Guardavo con insofferenza le persone che con fiori e ceri adornavano a festa le tombe che fino ad una settimana prima erano spoglie e abbandonate, mi sembrava un atto ipocrita. Così per anni le mie visite sono sempre state in giorni non festivi, quando potevo sottrarmi alla folla quasi festante. Ora ricordo la nonnina vicina di casa che mi raccontava la tradizione di mettere un piatto in più a tavola per chi non c’è più. Sono anche ritornata a fare il mio giro durante le feste comandate, forse ho fatto pace con quella ragazzina che doveva gestire un dolore e non una festa.

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