Ma quanti siamo?

Da quando ci siamo messe in testa che dovevamo fermare da qualche parte: nelle foto, su carta, nel web, tutto il mondo di cui parlavamo, io e la mia metà…che non è il mio compagno, ci siamo ritrovate a pensare, a provare, un mezzo di comunicazione che ci permettesse di trasmettere, di ricordare e di ampliare le nostre parole e soprattutto le nostre emozioni. A chi potrebbe interessare ciò che circola nella nostra testolina? Chi lo sa!

Forse sono gli anni e il tempo speso e il tempo che potremo ancora spendere che ci ha fatto sentire l’esigenza di lasciare un segno da qualche parte, a parte i figli che abbiamo regalato a questo pianeta…e non ce li riprendiamo indietro, ora vanno e faranno…

Come concretizzare questa esigenza che sentivamo costruttiva se fatta di pari passo, allo stesso ritmo, forti della grande confidenza che abbiamo e della complicità che ormai ci permette di capirci senza la necessità di particolari spiegazioni? Tuffandoci in questo mare, in questo spazio, come chiamarlo, io non riesco a dargli un’immagine, non so neanche bene come muovermi, esistono regole, abitudini, e problemi tecnici, non so quante volte ho fatto pasticci con salvataggi sbagliati, ovvero perdite di pensieri scritti, per non dire di password oscure che non ho mai più ricordato.

Così in due si galleggia e si nuota, ci si guarda intorno e si può tentare di vedere oltre.

Dopo tante prove ci siamo tuffate…in un mare affollato. Affollato di sogni, di racconti, ironici, allegri, malinconici, cazzuti…incomprensibili. Qui dentro ci siamo tutti: giovani e meno giovani, padri e madri che raccontano le loro storie, forse qualcuna anche inventata, ragazzi che viaggiano e che scoprono, gente che cucina e…gente che mangia.

Siamo tanti, vicini eppure lontani, con il sogno di arrivare a tutti o forse di continuare a parlare soltanto a noi stessi, perché se fermi un pensiero, poi lo ritroverai e con esso ci farai i conti.

Non pensavo ci fossero così tanti sogni nel mondo del web, tanti veri talenti o presunti talenti o talenti presuntuosi. Siamo un popolo che legge poco, ma forse scrive tanto. Troppo? Io che amo la carta dei libri, che litigo con il tablet se devo ingrandire i caratteri di scrittura altrimenti non leggo bene, mi ritrovo davanti ad un monitor a leggere le vite, le idee, la fantasia degli altri..
Cassandra

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Cara Cassandra, così come tu ti sei stupita di sentirmi proporre un ristorante Vegano (io, carnivora doc… mi dispiace ma questa affermazione ci farà perdere molti “segui”), anche io sono piacevolmente sorpresa dal tuo stupore: mi sembri un bambino che assaggia per la prima volta il gelato!!!

Io sapevo di questo mondo, lo conosco da prima (forse perché tendo a ricordare le password!), ma non sapevo come raggiungerlo, ci abbiamo provato via Facebook, ma non è il posto adatto per esprimerci come vogliamo.

Allora eccoci qui anche noi con il nostro blog che prende faticosamente forma, ma che comincia a darci tante soddisfazioni! E tu Cassandra in particolare stai cogliendo l’essenza di essere in rete, ti impegni molto più di me, e pubblichi, condividi, commenti e cerchi e i risultati stanno arrivando!

Per cui nuovi amici blogger sappiate che se io sono colei che materialmente dà vita a Menti Vagabonde, Cassandra è colei che ci mette l’entusiasmo e mi sprona in questa bellissima avventura. E’ bello dopo tanti anni (e sono tanti davvero) essere qui a condividere un’altra passione, e ultimamente capita spesso! Avere figli grandi ha i suoi vantaggi, si ritrovano complicità, entusiasmi e voglia di fare… l’amicizia no, quella c’è sempre stata!
Sibilla

 

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Vero o falso?

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Quando scrivo amo molto usare l’ironia, chi mi conosce lo sa, è un mio tratto caratteristico. A volte però è molto difficile trovare il lato comico in alcuni argomenti, in particolare se ti toccano da vicino. Alcune settimane fa, in una rubrica televisiva, dibattevano sulla necessità o meno di dire sempre la verità in un rapporto di coppia. Chi sosteneva l’assoluta necessità di rettitudine morale, per cui sì alla verità a tutti i costi e chi, meno animato da spirito di sacrificio, pensava che in fondo una bugia a fin di bene, o almeno qualche omissione, aiutino la coppia a districarsi tra le asperità della vita a due. Personalmente protendo più verso la seconda ipotesi, ritengo infatti che ci siano stanze nell’anima delle persone che giustamente si può desiderare di non condividere neppure con la propria anima gemella, che ci siano situazioni che forse è più opportuno tenere per sé che, se errore c’è stato, sia meglio pagare pegno assumendocene l’intero fardello piuttosto che scaricarne una parte (spesso la più grande) al nostro compagno. Condivido l’opinione di chi pensa che dire una sgradita verità spesso serva solo a scaricare la propria coscienza con doppio danno dall’altro.

La parola non detta nella trasmissione, così come ora, ma che spinge per uscire è: tradimento. Quando avevo vent’anni pensavo a questa ipotesi come il peggiore degli eventi ma che mai e poi mai mi avrebbe coinvolta, attivamente o passivamente, ipotesi assolutamente imperdonabile e foriera di terribili vendette. Poi la vita e gli anni sono passati e anche le mie più drastiche affermazioni si sono ammorbidite e ripulite di quell’alone romantico che fa mettere sul piedistallo l’amore, che dev’essere “per sempre”, passionale e possibilmente sofferto . Negli anni ho imparato a guardare alle cose con più pragmatismo anche di fronte ad un eventuale “tradimento”. Eppure ora che questa brutta esperienza tocca da vicino una donna a me cara, non riesco a non provare una certa empatia nei suoi confronti. Capisco l’amarezza di scoprirsi dopo tanti anni di vita condivisa, con le innegabili soddisfazioni ma anche con tanti sacrifici, ingannata nel più classico dei modi: crisi di mezz’età lui, troppo assorbita dalla famiglia (grazie anche al marito) lei. Il solito schema usato ed abusato in questi frangenti di un triangolo che ferisce più per la presa in giro che per amore. Rendersi conto che ciò che più addolora non è la mancanza di amore e di rispetto, ma la superficialità con cui il tutto avviene, come se chi tradisse ritenesse l’altro talmente stupido da non meritare un minimo di attenzione nel gestire il tradimento. L’essere attaccati da chi dovrebbe giustificarsi, che non solo non ammette la colpa ma, ritenendosi gravemente offeso, muove accuse, aspre critiche e recriminazioni… e poi continua a tenere i piedi in due diverse scarpe.
Non ci sono regole, ora lo capisco, ma credo che a nessuno piaccia essere “cornuto e mazziato”: spesso non vogliamo saperla la verità, ma nel caso che si abbia almeno la consolazione di vedere un minimo di costernazione da parte dell’altro… sarà più facile guardarlo di nuovo negli occhi.

La domanda però sorge spontanea: ma se mi fa arrabbiare e non è neppure mio marito: se toccasse a me??? Cassandra!!! Per te sarebbero tempi duri!!!
Sibilla
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Tempi durissimi cara Sibilla.
Così come è vero che non sempre è possibile guardare al lato ironico della vita. Negli “affari di cuore” si rischia di ferire o di ritrovarsi in una situazione nella quale si è poi vittime di allusioni e frecciatine. Nessuno può sentirsi al riparo dal rischio di un tradimento, troppe variabili che usurano: tempo, stress, routine, preoccupazioni. Io poi non credo molto alle coppie che navigano felici in tutto questo, professando l’amore sereno ed eterno. L’amore è una grossa fatica e attraversa fasi cicliche come l’economia!

Ognuno di noi può ritrovarsi ad affrontare il tradimento del proprio compagno o della propria compagna, può capitare di avere un amico fedifrago da coprire o un’amica o un amico da consolare.
Quando si è giovani si è per i tagli netti, dentro o fuori ad un rapporto. Ma con il passare del tempo il senso di responsabilità nei confronti dei figli, gli anni e i progetti condivisi fanno ponderare i consigli e le risposte e ci si scopre più disponibili a proporre soluzioni diplomatiche che prevedono una seconda possibilità.

Sono d’accordo con te che non basta scaricarsi la coscienza, l’atto di scusarsi a volte viene considerato una scappatoia che prelude ad una sorta di frettolosa assoluzione.
Nelle storie di infedeltà ci si identifica sempre con chi viene tradito, perché forse è chi ama di più, ma ogni scelta causa conseguenze sugli altri e ogni scelta comporta delle future rinunce.

In questo periodo sto seguendo la seconda stagione di una serie televisiva “The affair”, che racconta proprio di un tradimento e di come viene vissuto dal punto di vista femminile e maschile. Certo è finzione, in un rapporto reale non dovrebbe mancare, almeno al capolinea della storia, la capacità di essere onesti e corretti, soprattutto quando sono in gioco le responsabilità nei confronti dei figli…ma questa è ancora un’altra storia…
Cassandra

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Discorsi al semaforo

Come al solito io non cammino, corro, quasi mai riesco a mantenere un’andatura da “passeggio”.

Ovviamente mi fermo ai semafori e mentre aspetto il verde, talvolta mi ritrovo ad ascoltare stralci di discorsi altrui.

L’ultima volta due signore di una certa età che avrebbero potuto avere gli anni della mia mamma, si lamentavano della mancanza di rispetto nei confronti degli anziani da parte delle giovani generazioni; erano appena scese da un tram, reputo quindi che nessuno si fosse preoccupato di cedere loro un posto a sedere. Si lamentavano del fatto che loro che avevano vissuto una guerra, che non avevano potuto studiare e non avevano avuto molto, erano state ragazze più educate dei ragazzi di oggi, che studiano e hanno tutto. Continua a leggere “Discorsi al semaforo”

Zucche e crisantemi

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Come tutti gli anni mi sono ritrovata dall’amica fioraia a prenotare i crisantemi da portare al cimitero per “i Santi”. Siamo coetanee io e la fioraia e chiacchieriamo volentieri quelle due o tre volte all’anno in cui vado nel suo negozio. Questa volta, tra una battuta e l’altra, ci siamo ritrovate a considerare come ormai la maggior parte delle festività abbiano perso importanza nella struttura famigliare di oggi. Riflettevamo come la globalizzazione e la superficialità con cui si guardano certi eventi abbiano spogliato gli stessi di quel rispetto, piacere e anche magia che spesso li accompagnava. Da lì, saltare sul carro dei ricordi è stato un attimo.

Anni fa l’uno e il due novembre erano entrambi festivi e spesso ho sentito i miei genitori dire ai fratelli: “ci vediamo ai Santi” oppure “ai Santi andiamo a portare i fiori, dopo venite da me?” A volte anziché “ai Santi” si diceva “ai Morti”… ma era più usata la prima, chissà perché? 🙂 Così nel primo pomeriggio di una festa che solitamente decretava la prima uscita in cappotto, tutti insieme ci si recava al cimitero e si trascorrevano, sembra strano, piacevoli ore. Forse abitare in un paese cambia le dinamiche d’incontro, certo è che, come per la festa patronale, “i Santi” erano il momento in cui potevi rivedere il vicino di casa, che si era trasferito, fermo davanti alla tomba dei propri cari, quel compagno di scuola che non vedevi da tanti anni, conoscere che fine aveva fatto quel giovane scapestrato che da qualche tempo era sparito dalla circolazione o ancora considerare come si era sciupata quella che si credeva la più bella del paese. I nonni prendevano i più giovani e li obbligavano, anno dopo anno, ad ascoltare sempre le stesse storie: “quello era il figlio del vicino morto tragicamente”, “quella abitava al posto di… dove adesso abita quella famiglia senza figli”, “ti ricordi di… che quando eri piccolo ti dava sempre le caramelle?”… che noia, avevi voglia di tornare a casa, sperando che venissero anche i tuoi amici, cugini, altri bambini con cui giocare nella propria stanzetta o con cui arrostire le immancabili castagne. Che noia allora ma che nostalgia oggi!
Ripensando oggi a quei momenti, oltre al piacere dello stare insieme alle persone care “vive”, ridere e scherzare, come di solito avveniva, davanti alla foto, magari sorridente, del proprio parente o amico defunto, dava la sensazione che anche chi stava dall’altra parte partecipasse a quella che era, per la maggior parte dei presenti, una vera e propria festa. Spesso era l’occasione di ricordare aneddoti divertenti legati chi non c’era più e a un periodo della vita  passata e raccontarla ai giovani di casa  significava tessere una trama che legava il passato, tramite il presente, con il futuro.

Oggi spesso non si ha tempo per vivere il presente, si è costretti a pianificare e ripianificare il futuro… per il passato non c’è tempo. “I Santi” così come “i Morti” sono il passato che non può più parlare (o che non si vuole ascoltare), il tempo libero DEVE essere divertente per cui: benvenuto Halloween!!!

Cara Sibilla, questi giorni hanno quasi un sapore, direi…dolceamaro.

Mi piace il ricordo che hai condiviso, avrei voluto essere una di quelle bimbette che giocavano con te al rientro delle visite al camposanto…ma non ci conoscevamo ancora. Il tuo è un ricordo che lascia un po’ di nostalgia, quindi si può conservare tra quelli belli da rispolverare ogni anno.

Io non ho niente di così poetico, la mia famiglia di origine è lontana, quindi questa ricorrenza non ci radunava attorno ad un tavolo. Anzi, io vivevo questa festa/ricorrenza con una nota di fastidio, quando ero un ragazzina ci si spostava meno in auto, quindi odiavo prendere il tram ed essere pigiata dalle numerose persone cariche di fiori e vasi ingombranti. Avendo perso presto un genitore, ogni settimana ero lì al cimitero e nel mio percorso lungo i viali ritrovavo familiari le immagini delle foto sulle tombe e sui loculi, mi colpivano i volti giovani o quelli dai tratti un po’ severi perché ormai di altri tempi. Guardavo con insofferenza le persone che con fiori e ceri adornavano a festa le tombe che fino ad una settimana prima erano spoglie e abbandonate, mi sembrava un atto ipocrita. Così per anni le mie visite sono sempre state in giorni non festivi, quando potevo sottrarmi alla folla quasi festante. Ora ricordo la nonnina vicina di casa che mi raccontava la tradizione di mettere un piatto in più a tavola per chi non c’è più. Sono anche ritornata a fare il mio giro durante le feste comandate, forse ho fatto pace con quella ragazzina che doveva gestire un dolore e non una festa.