Quando le donne sono uscite di casa

Non più puttane, non più madonne, finalmente donne!

Questo, uno dei tanti efficaci slogan che hanno accompagnato le lotte femministe degli anni ’70. Immagino che sia chi lo urlava nelle piazze, sia chi lo ascoltava dai balconi, pensasse che qualcosa sarebbe sicuramente cambiato, non immaginando ciò che è realmente successo.

Non sono più una ragazzina e sono sempre più convinta che fosse più consapevole del proprio ruolo la generazione della mia mamma, di quanto lo sia la mia.

Mia madre era una donna, tutto sommato, tradizionalista: fulcro della propria famiglia, spesso anche frustrata, stanca, come tutte le donne che da sempre lavorano in fabbrica, accudiscono la casa, il marito e i figli, eppure così donna da aver ben chiara l’importanza del proprio ruolo nonostante i sacrifici. Costretta a stare un passo indietro al proprio marito,  “sapeva” che quell’uomo, senza di lei, non avrebbe raggiunto i traguardi che si era prefissato.

Consapevole però di questi limiti mi ha cresciuta invitandomi a lottare per una “donna migliore”, ma io come la maggior parte delle mie coetanee non sono stata  all’altezza delle aspettative. Abbiamo cresciuto figli e figlie aggressivi ed insicuri, ricchi di “voglio” e di “non posso”, spesso convinti di poter fare e dire ciò che vogliono ma, nel contempo, impreparati agli schiaffi della vita e soprattutto a pagar pegno.

Ho visto uno splendido reportage sulla lotta femminista appunto degli anni ’70 con interviste a ragazze che denunciavano violenze subite, matrimoni riparatori rifiutati e come, con una lotta lunga e sanguinosa siano riuscite a far cambiare leggi che le equiparavano a femmine riproduttrici, a cose di proprietà del padre prima e del marito poi.

Oggi, ogni giorno, i telegiornali ci propongono notizie agghiaccianti che risvegliano in me sentimenti contrastanti.

Ho ascoltato di un gruppo di ragazzine che hanno filmato la propria amica, ubriaca e inconsapevolmente drogata, mentre veniva violentata da un balordo, per poi pubblicare il video sui social.  Ma dov’è lo spirito di solidarietà che dovrebbe spingere un gruppo di amiche ad aiutare chi fra di loro è in difficoltà? Mi vien da chiedere se sia più grave la violenza fisica della bestia che l’ha violentata o quella morale del tradimento di chi doveva aiutarla.
Quante giovani donne decidono di porre fine alla propria vita perchè vessate da chi, nascosto dai pixel del proprio monitor pensa che dall’altra parte dello schermo non ci siano anime ma ologrammi. Le parole si sprecano, sulla rete tutti scandalizzati oggi, ma dove eravamo ieri e soprattutto, cosa vogliamo fare per il domani?

Io ho due figli maschi, spero di essere riuscita ad inculcare loro il rispetto del prossimo in qualunque forma, razza, specie e ideale, ma come donna penso che alcuni di quegli slogans femministi siano pura teoria, l’idea è buona ma bisogna lavoraci su.

Al momento bisogna insegnar alle nostre ragazze a difendersi: certo si dovrebbe essere libere di vestire e muoverci come vogliamo a qualunque ora del giorno e della notte, ma i fatti ci insegnano che non è possibile, non senza correre il rischio di pagare a caro prezzo le nostre scelte. E allora bisogna spiegare alle nostre ragazze che non sempre i principi pagano la qualità della nostra vita e che certe cose ti segnano per sempre. Se negli ’80 la preoccupazione principale di una madre era spiegare alla figlia come non restare incinta, se negli anni ’90 era come non restare incinta e a proteggersi dalle malattie, oggi dobbiamo insegnar loro a non rimanere incinta, proteggersi dalle malattie e ad un uso più consapevole delle tecnologie. Se la rete è una porta sul mondo attenzione alla strada che usiamo per attraversarla.

Credo che il problema principale sia insegnare alle nostre ragazze che non bisogna cercare chi abbia cura di noi, ma imparare a farlo personalmente.

Un pensiero riguardo “Quando le donne sono uscite di casa

  1. Non mi hanno mai convinto tanto gli slogan, non che non ne abbia urlati, anzi, più di uno ha sortito il proprio effetto, poi però il tempo se li è portati via e così il proposito che li aveva generati.
    Sono d’accordo con te, come si suol dire: “su tutta la linea”, non potrebbe essere altrimenti, le considerazioni che hai scritto sono state spesso oggetto dei nostri discorsi.
    Forse ha ragione la donna che ritiene che il proprio ruolo debba rimanere nei termini tradizionali, ma forse ha più ragione chi ha deciso di rompere con questo tipo di cultura. Tutti hanno ragione, tutti hanno torto. Oggi non si capisce più niente.
    La giovinezza spesso è fatta di presunzione, da giovani donne ritenevamo sbagliate la maggior parte delle scelte delle nostre nonne, delle nostre madri, tutte avevamo il sacrosanto diritto di scegliere: la scuola, le amicizie, gli orari, il fidanzato. Ma non abbiamo voluto neanche rinunciare ai sogni che comunque ci avevano inculcato, un lavoro sicuro, il matrimonio in chiesa con l’abito bianco, l’acquisto di una casa. Per avere tutto questo bisognava fare sacrifici. Abbiamo fatto i nostri sacrifici, illudendoci che avremmo trovato l’equilibrio perfetto.
    L’equilibrio perfetto non esiste!
    Sacrificarsi non significa solo impegnarsi, studiare tanto, lavorare tanto, ma sacrificare alcune parti di noi. Bisogna scegliere, scegliere vuol dire rinunciare sempre a qualcuno o a qualcosa, e soprattutto, per me, vuol dire accettare i propri limiti.
    Il messaggio principale che tuttora cerco di trasmettere alle mie figlie è quello di saper scegliere ciò che sentono giusto per loro, ma di essere prudenti, di avere cura di loro stesse. Nessuno deve parlare o agire in loro vece, devono avere il coraggio di dire no, Sceglieranno loro quale ruolo assumere, prendendosi poi la fisiologica dose di frustrazioni che la vita riserva ad ognuna di noi e che, tanto, non ho mai potuto evitar loro neanche nelle varie fasi della loro crescita.
    Oggi il mondo corre, le tecnologie hanno preso il sopravvento, ma io credo che ci troviamo in una fase di involuzione dei sentimenti nei confronti del nostro prossimo, i valori li abbiamo dati in pasto all’immagine che ormai la fa da padrona.
    Noi donne siamo state mai veramente solidali? Quanto abbiamo ottenuto copiando, ad esempio, nel mondo del lavoro gli atteggiamenti che avevamo sempre detestato negli uomini? Quante volte tra donne ci siamo dette che lavorare in un ambiente completamente femminile è molto difficile?
    La cronaca ci riporta ogni giorno situazioni di sfruttamento, violenza, sopraffazione, ora si è arricchita di altre forme. Non riesco a veder un motivo plausibile che mi faccia comprendere perché ora i mezzi che dovrebbero piegarsi alle nostre necessità di comunicazione, stiano diventando armi terribili. Noi ci stiamo piegando al mezzo! Dietro alle ragazze che hai citato c’è il vuoto: il vuoto delle loro menti, il vuoto creato dalle loro famiglie.
    Ma ho già scritto troppe parole, ora mi viene in mente soltanto la regola aurea nel confucianesimo “Ciò che non vuoi che sia fatto a te, non farlo agli altri”.

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