E’ arrivato il Sig. Autunno!

 

come-utilizzare-foglie-secche-decorare-casa-cura-orto-giardino3.jpgSiamo ufficialmente nell’anno nuovo!

Nuovo?  Sì, per me il cambiamento coincide con l’autunno: si ritorna dalle vacanze, grandi pulizie di casa, si ricomincia a lavorare, si inizia a fare il cambio di stagione del guardaroba, i ragazzi tornano a scuola e noi rielaboriamo i soliti buoni propositi.

Io ormai li faccio due volte l’anno, a Capodanno, perché il bilancio di fine anno mi rende sempre insoddisfatta a causa di quello che ho fatto e più spesso – mannaggia -non ho fatto. Sicuramente non ho fatto sport in maniera sistematica e, pensando alle pubblicità che di lì a poco non daranno scampo su come ritrovare la linea perfetta, penserò di impegnarmi per arrivare ai mesi caldi più scattante e tonica…che illusione!

Ma soprattutto li faccio in questo periodo, tanto l’estate è andata, non sono arrivata più tonica e in più ho mangiato gelati a iosa, devo affrontare il prossimo inverno, l’età anagrafica e il senso che ho dato al tempo che ho speso.

A me pare che la mia percezione del tempo e le mie possibili iniziative vengano influenzata dai bambini che tornano a scuola, dai ragazzi delle scuole superiori e da quelli che riprendono l’università e spesso partono per mete più o meno lontane.

Il loro inizio è come se mi facesse notare di più il mio limite…non dico quello su questa terra, non pensate sia così triste e negativa, sto sorridendo mentre lo scrivo.

E’ che il loro correre verso  mille novità mi fa notare che io corro di meno perché non mi sono inventata delle novità, il loro viaggiare, che io invece starò ferma.

Questo è anche il periodo dei saluti, delle separazioni, per alcune ore o per giorni, a volte per mesi. Da mamma cerco allora di riappropriarmi di ore e giorni da ritagliare per me e recido per l’ennesima volta quel cordone ombelicale che mi lega alla mia progènie.

Qualche mese fa ascoltavo una trasmissione radiofonica il cui speaker chiedeva agli ascoltatori quale era la cosa più bella che ritenevano di aver fatto nella vita. D’istinto io risponderei ancora oggi, a mesi di distanza, che per me è aver potuto mettere al mondo dei figli, con tutto il bello, il brutto, gli errori e le ansie che comunque questa scelta comporta. Aggiungerei però che la cosa bella potrebbe essere quella di sapere di aver fatto tutto sommato un buon lavoro, se i figli si muovono vuol dire che abbiamo insegnato loro l’autonomia, la voglia di scoprire e di conoscere.

Ora tocca a noi muoverci.

Ora bisogna fare una nuova lista, chissenefrega della linea perfetta, tanto con il freddo si indossano i maglioni.

I buoni propositi dovrebbero corrispondere poi a delle piccole soddisfazioni, con i buoni propositi autunnali potremmo costruire i bei ricordi che renderanno più soddisfacenti i nostri bilanci futuri, quando forse sarà più difficile fare nuove scelte.

Consiglio di non fare più di due bilanci all’anno e di mangiare meno gelati.

Io ne ho finito uno proprio adesso, sono brava a scrivere anche con una mano…

 

 

Mi piace l’idea del Sig. Autunno, la stagione veniva chiamata così dalla maestra della scuola materna frequentata da mia figlia.

Una questione di numeri

146 amici, 587, 1560, sempre di più! Caspita!

Io non ho tutti questi amici su Facebook, né followers su Instagram o Twitter e chissà quale altro socialnetuorc come dice Sibilla.

Ma ho le mie amiche!

Non credo ai numeri, la storia dei miei voti di matematica in pagella purtroppo lo conferma, credo al valore che possiamo dare a questi numeri.

Desidero continuare ad avere fiducia nei mezzi che possono aiutare a connetterci, ma come già mi sono espressa, ho l’impressione che quello che era un tramite, sia ormai diventato un limite, un meccanismo del quale abbiamo perso il controllo.

Sono reali amicizie quelle che manteniamo a distanza? Perché chi neanche ci conosce chiede la nostra “amicizia”? Perché poi oltre a condividere pensieri, articoli, immagini, vengono condivisi video violenti, denigratori……per ridere? Ma per ridere di chi? Non solo di chi non conosciamo, ma appunto anche dei cosiddetti amici.

La cronaca di questi giorni ha nuovamente mostrato il lato nascosto, terribile dei social, che ovviamente non sono animati di vita propria, ma danno vita ad una serie di situazioni incontrollabili.

La distanza quindi ci fa perdere la percezione dei sentimenti che dovrebbero nascere ed essere coltivati tra coloro che si ritengono affini, solidali.

Io ho pochi amici, le mie amiche, speciali, le conto sulle dita di una mano.

Che grande valore hanno per me questi numeri così bassi, alla fine c’è sempre una “selezione naturale”, il tempo, i luoghi, gli eventi, ci avvicinano o ci allontanano dalle persone. Cambiamo noi, cambiano gli altri. Gli amici resistono.

Ho fatto la scoperta dell’acqua calda vero?

Eppure spesso ho l’impressione che quello che dovrebbe essere ovvio, che dovrebbe essere parte di noi, sia stato accantonato, se non dimenticato. Ci stiamo dimenticando la grande responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri, dei nostri figli quando diamo loro uno smartphone. Sovente non abbiamo neanche idea di quanti e soprattutto di quali gruppi facciano parte su whatsapp o se hanno un canale su youtube nel quale postano i loro filmati.

Ci manca il controllo, pare una brutta parola, ma se non siamo in grado di controllare noi stessi, di valutare quello che scriviamo nei social e il modo in cui lo facciamo, come possiamo insegnare ai bambini, ai ragazzi, il senso della misura, della correttezza, la solita scelta che l’uomo dovrebbe fare da quando è comparso su questa terra. La scelta tra il bene e il male.

Intanto ascoltavo questa canzone…

 

 

Non più puttane, non più madonne, finalmente donne!

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Questo, uno dei tanti efficaci slogans che hanno accompagnato le lotte femministe degli anni ’70. Immagino che sia chi lo urlava nelle piazze, sia chi lo ascoltava dai balconi, pensasse che qualcosa sarebbe sicuramente successo… ma non quello che è realmente successo. Non sono più una ragazzina e troppo spesso mi sono soffermata a pensare quanto fosse più consapevole del proprio ruolo la generazione della mia mamma rispetto alla mia di generazione. Mia madre era una donna, tutto sommato, tradizionalista: fulcro della propria famiglia, spesso anche frustrata, stanca, come tutte le donne che da sempre lavorano in fabbrica, accudiscono la casa, il marito e i figli eppure così donna da aver ben chiara l’importanza del proprio ruolo che comunque comportava dei sacrifici, ma accettati perchè se da una parte il suo ruolo la vedeva relegata un passo indietro al proprio uomo, dall’altra “sapeva” che quello stesso uomo, senza di lei, non sarebbe stato lo stesso. Consapevole però di questi limiti mi ha cresciuta invitandomi a lottare per una “donna migliore” e come me la maggior parte delle mie coetanee non è stata  all’altezza delle aspettative. Abbiamo cresciuto figli e figlie aggressivi ed insicuri, ricchi di “voglio” e di “non posso”, spesso convinti di poter fare e dire ciò che si vuole ma, nel contempo, impreparati agli schiaffi della vita e soprattutto a pagar pegno.

Qualche giorno fa ho visto uno splendido reportage sulla lotta femminista appunto degli anni ’70 con interviste a splendide ragazze che denunciavano violenze subite, matrimoni riparatori rifiutati e come, con una lotta lunga e sanguinosa siano riuscite a far cambiare leggi che le equiparavano a femmine riproduttrici, a cose di proprietà del padre prima e del marito poi. Al telegiornale oggi, ho ascoltato di un gruppo di ragazzine che hanno filmato la propria amica, ubriaca e inconsapevolmente drogata, mentre veniva violentata da un balordo e poi con leggerezza hanno pubblicato il video sui social. Sono tante le domande che mi faccio. Ma dov’è lo spirito di solidarietà che dovrebbe spingere un gruppo di amiche ad aiutare chi fra di loro è in difficoltà? Mi vien da chiedere se sia più grave la violenza fisica della bestia che l’ha violentata o quella morale del tradimento di chi doveva soccorrerla. Cosa pensano quelle ragazze degli anni 70 oggi nonne di queste ragazze? E’ questo il futuro che ci aspetta? Caspita no!

In questi giorni si parla molto della sfortunata, giovane donna che ha deciso di porre fine alla propria vita perchè vessata da chi, nascosto dai pixel del proprio monitor pensa che dall’altra parte dello schermo non ci siano anime ma i famosi ologrammi di cui qualche mese fa io e Cassandra parlavamo. Le parole si sprecano, sulla rete tutti scandalizzati oggi, ma dove eravamo ieri?

Io ho due figli maschi, spero di essere riuscita ad inculcare loro il rispetto del prossimo in qualunque forma, razza, specie e ideale. Come donna però penso che alcuni di quegli slogans femministi siano pura teoria, forse bisognerebbe lavoraci su, ma al momento bisogna insegnar alle nostre ragazze a difendersi. Certo si dovrebbe essere libere di vestire e muoverci come vogliamo a qualunque ora del giorno e della notte, ma i fatti ci insegnano che non è possibile, non senza correre il rischio di pagare a caro prezzo le nostre scelte. E allora bisogna spiegare alle nostre ragazze che non sempre i principi pagano la qualità della nostra vita e che certe cose ti segnano per sempre. Se negli 80 la preoccupazione principale di una madre era spiegare alla figlia come non restare incinta, se negli anni 90 era di non restare incinta e di proteggersi dalle malattie, oggi dobbiamo insegnar loro a non rimanere incinta, proteggersi dalle malattie e ad un uso più consapevole delle tecnologie. Se la rete è una porta sul mondo attenzione alla strada che usiamo per attraversarla… ma su questo ci sarebbe ancora tanto da dire… oggi meglio il silenzio….

Viaggiando viaggiando…a Budapest

img_7722Quando si avvicina la data di partenza di un viaggio, mi riprometto sempre  di essere veloce ed essenziale nella preparazione dei bagagli, non come il viaggio precedente, quello dell’anno prima o di dieci anni fa. Mi sono alleggerita col tempo di passeggino, lettino, poltroncina, giochini ecc. ecc., ma la mia mania di avere tutto quello che potrebbe servirmi, mi fa ricadere nella solita corsa dell’ultimo minuto e nella mia personale filastrocca: lava, stendi, stira, piega.

Questi viaggi verso le capitali europee sono sempre stancanti, mai che si faccia il biglietto con una compagnia che fa scalo nella propria città, forse siamo ottimi risparmiatori, ma non risparmiamo sicuramente le nostre forze. Abbiamo acquistato il biglietto on line, la Wizz Air ha delle ottime tariffe, ma attenzione, il bagaglio a mano non è il trolley che trulli trulli tutti ci portiamo dietro, no, è un bagaglio della grandezza di uno zainetto, il trolley è considerato bagaglio grande, quello spedito è quello che va invece nella stiva, tutto ha un costo a parte, insomma attenti a voi!

Nonostante viaggio in auto, parcheggio, navetta per aeroporto, ci si imbarca in perfetto orario, malgrado il succitato zainetto sia poi il bagaglio più controllato. Miracolosamente questa volta ho portato solo ciò che credo sia indispensabile.

Finalmente siamo a Budapest: città grande, fa caldo (ecco, lo sapevo, dovevo portare qualche indumento in più), ci sono tanti turisti, quanti italiani, siamo ovunque. Arriviamo all’appartamento preso in affitto e ci ritroviamo in un bel palazzo che mi ricorda la  “casa di ringhiera” della mia infanzia. L’alloggio è originale, colorato, arredato in modo particolare con oggetti che sono stati riportati a nuova vita, ci lascia perplessi la tenda della doccia, bianca con stampa di mani insanguinate, un bagno alla Psyco! Spiritosi questi ungheresi.

Ma quello che mi piace di più è il quartiere,  l’ottavo distretto, che a differenza di quanto letto su di una guida e nel web, non è più il quartiere più degradato e malfamato della città, ma un quartiere che sta subendo un’opera di riqualificazione urbana e culturale ed è frequentato da molti studenti che arrivano da tutta Europa. Mi piacciono le sue vie pedonali ricche di localini di tutti i generi, anche qui l’offerta di ristoranti italiani non manca, i suoi palazzi, il mercato coperto dove le signore fanno la spesa, ogni tanto alcune di loro hanno sul volto un’espressione un po’ irritata a causa dalla confusione che creiamo noi turisti, ma non è possibile resistere alle confezioni di paprika con vasettini, mestolini, barattolini.

Potrei raccontare del quartiere Belvaros, di quello ebraico, delle passeggiate lungo il Danubio, del giro notturno in battello per vedere la città di notte che offre uno spettacolo molto suggestivo, della collina di Buda e del Palazzo Reale, dei sotterranei del Labyrinth nei quali “perdersi” e ridere; e ancora dell’antica linea M1 della metropolitana – tra l’altro il sistema di trasporti di Budapest è ottimo -, dei ponti, del Parlamento, della Piazza degli Eroi,  o ancora dei musei, delle terme, dei ruin pub che per mancanza di tempo non sono riuscita a vedere.img_7894

Ma tutto questo lo trovate nelle guide e nei numerosi blog che pubblicano articoli molto belli e dettagliati.

Il viaggio per me non è solo vedere, ma è anche percepire, sentire, ascoltare. Le grandi città non possono essere comprese in pochi giorni, hanno tesori in vista ed altri nascosti.

Amo passeggiare nelle vie storiche, ma anche in quelle sconosciute, nelle quali puntualmente mi perdo mentre giro la cartina cercando la prospettiva giusta. Mi piace osservare le persone che vivono nella città, che prendono la metropolitana – ma non corrono come i londinesi – che fanno le foto del proprio matrimonio nel parco municipale. E’ piacevole fermarsi a bere la famosa limonata che viene servita classica o aromatizzata nei locali colorati e particolari dove si danno appuntamento i giovani. Mi piace sentire parlare la gente e trovare, in questo caso, una lingua incomprensibile, che alla fine del soggiorno diventa meno ostica e un ciao, un grazie, diventano cosa gradite agli abitanti di Budapest,  quasi sempre gentili e disponibili.

Nel mio girovagare non posso dimenticare però i numerosi senzatetto, seduti o addormentati con la loro vita tutta in una busta del supermercato. Uomini e donne sulle panchine del centro che osservano silenziosamente la confusione fatta di bambini che corrono, turisti che fotografano e venditori di giochini luminosi. Mi sembrano tanti, troppi, abbandonati a se stessi, come d’altronde lo sono tutti coloro persi nelle strade delle varie città, di cui tutti ci dimentichiamo appena giriamo lo sguardo sulla prima vetrina che incrociamo.

In ogni viaggio bisogna sempre scegliere il proprio percorso e sperare in una seconda volta, per rivedere e recuperare ciò che si è perso, avrei ancora tante cose da vedere, Budapest è una città vivace, che attrae, che ti fa sentire più giovane…sento nascere in me un po’ di invidia, voglio anche io andare a fare l’Erasmus lì, proprio lì! Ma ho perso il treno, meno male che non è successo così con l’aereo.img_8003

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