Di scrittori e lettori

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Nessuna casa editrice ha mai pubblicato un elaborato scritto di mio pugno o prodotto con la tastiera del mio pc – ci mancherebbe!- Non sono in grado di suggerire consigli su come scrivere, né dove, né quanto, né quando; infatti preferisco seguire chi lo fa con cognizione di causa, d’altronde un antico proverbio dice “si comincia ad invecchiare quando si smette di imparare”. Meglio prevenire che curare!

Chissà che una mattina mi svegli, inaspettatamente, con una favella tale da indurmi a fissare tutto nel romanzo della vita! Nooo, amo leggere i libri di chi sa creare trame e intrighi ed emozioni. Mi stupiscono coloro che come architetti…o ingegneri…o alchimisti riescono a collegare fatti e personaggi, dar loro un aspetto, un carattere, motivazioni e dialoghi per condurmi ad un finale sorprendente. Così come amo le atmosfere sospese nel tempo, io dico rarefatte, nelle quali il personaggio esprime pensieri che appaiono banali, invece smuovono le coscienze, perché ci si riconosce in quei pensieri. Amo lo scrittore che scrittore non è, perché non l’ha pianificato, denuncia, perché ha il dono di saper raccontare il mondo o solo se stesso e forse il proprio sé. Mi appassionano le storie d’amore, quelle tormentate poi…amori contenuti, fatti di piccoli gesti, di sguardi fuggevoli, che contengono un mondo di desideri e inquietudini. Jane Austen docet!

Io sono solo una lettrice, però scrittori – lancio questo messaggio nell’etere – che scrivete e descrivete, spesso eccedete, perché nelle ultime pagine chiudete il tutto frettolosamente…vi è finita la carta? Perché rappresentate l’amore tra due persone in racconti stile pubblicazioni Harmony. dove tutto era un sospiro e pensieri, e prestanza, e viaggi su altri pianeti, e donne estasiate è orgasmi multipli e simultanei. Non si vuole leggere sempre fantascienza! Insomma, o raccontate il fantasy – io divoro il fantasy – o la realtà. Non mi chiedete dove sta il confine, tanto non lo so!

 

 

 

 

 

 

 

Matrimonio – capitolo 4

Questa volta scrivo io!

Sì, amica amica della mamma dello sposo, sposo che ho visto piccino e ora giovane uomo, e amica, nonostante il divario degli anni, della ormai prossima sposa.

Racconto io in quanto spettatrice che condivide momenti e consigli e pensieri.

Spedizione ricerca abito mamma. Qui non si scherza! Non si può essere troppo sottotono né esagerare ed apparire una Milf agli occhi degli amici degli sposi!

Primo giorno: Sibilla, Cassandra, sposa, amica sposa…a Sibilla sta bene tutto, non possiamo neanche fare le facce con le smorfie come  nelle trasmissioni televisivi che ormai troviamo in ogni canale, nelle quali uno stuolo di amiche distrugge per gelosia la sposa o la damigella di turno.

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Io però boicotto il blu classico: sposo blu, papà blu, consuocera blu, sorella blu…non è il matrimonio dei puffi!

Secondo giorno: questa volta siamo in tre, con noi un’altra amica collaudata, andiamo in un bel negozio in centro città, in un orario tranquillo, troviamo una signora gentile e carina che condivide la nostra voglia di essere meno madame, osiamo un po’ di colore e chissenefregadelletichetta. La scelta arriva senza problemi e io orgogliosa guardo la mia bella amica senzaunfilodigelosia.

Direte voi, che racconto è? Probabilmente a voi nonvenefreganiente. Invece un filo conduttore c’è, un ricordo c’è, un’ondata di emozioni e di commozione. Non svelerò il colore, ma è lo stesso di un matrimonio di tanti anni fa, della mamma della sposa che allora era Sibilla. Questo colore è stato il mio colore da invitata di Sibilla. Eravamo giovani in quelle foto, ma come ci era venuto in mente di sposarci così presto??? Siamo insieme in quell’immagine, una accanto all’altra, ci siamo sempre state nei momenti importanti, nei momenti nei quali il nostro affetto è stato un sostegno in più, tutto torna, tutto ha un senso nella vita, anche un colore.10154117_909134059193508_6691661472950657193_nCara

Cassandra, proprio perché siamo in sincronia, hai anticipato un articolo che oggi avrei scritto, sicuramente con altre parole ma con gli stessi pensieri. Probabilmente nulla nasce per caso neppure la preferenza dei colori e se sul giallo non so darti ancora spiegazioni sull’altro colore tu mi hai fornito gli indizi. Inutile dire come sia indispensabile la tua presenza in un momento, per me e la mia famiglia, così importante, mi aiuta tanto a sentire meno la mancanza di quella persona che a queste nostre scorribande non avrebbe mai rinunciato.

Sibilla

L’arte di tacere, di ascoltare, di scrivere poco…

Mi piace sistemare i miei libri, dar loro una collocazione sui ripiani, ovviamente una collocazione che molto democraticamente a casa mia, decido io, così in famiglia debbono consultare me per cercare un libro per autore o per argomento

Ogni tanto ne lascio qualcuno in “vetrina”, con il titolo ben in vista, uno di questi è un piccolo libro che mi è stato regalato da una coppia di amici storici: “L’arte di tacere seguita dall’arte dello scriver poco” dell’abate Dinouart.31E5uh6guYL._BO1,204,203,200_

Il dono è stato scelto perché sono una chiacchierona? Non mi sono offesa, gli amici sono collaudati e condividiamo da anni molte idee e molti pensieri e una buona dose di ironia. Questo piccolo saggio però è molto attuale di questi tempi – l’abate ha lasciato questo mondo nel 1786 –  nei quali abbondano personaggi vari: dal mondo politico a quello giornalistico e artistico…o pseudo politico, giornalistico, artistico, che parlano e scrivono e twittano in ogni dove. D’altronde lo facciamo anche noi, noi Menti vagabonde poi, perfette sconosciute, che abbiamo deciso di dire la nostra e comunicare i nostri pensieri e, diciamolo, chissà a quanti interessa sapere cosa vogliamo dire su questo o quell’altro argomento 😉

Cosa mi ha colpito di questa piccola opera? Il primo principio: “1. Si deve smettere di tacere solo quando si abbia qualcosa da dire che valga più del silenzio.” Ho ammesso di essere una persona che ama molto parlare, ma sin da ragazzina ho ritenuto sempre fondamentale l’arte dell’ascolto. Mi piace parlare, ma non solo di me, mi piace ascoltare per poter conoscere e relazionarmi con il prossimo. Spesso mi sono ritrovata ad ascoltare vicende molto personali, forse perché chi lo ha fatto, ha sentito che potevo accogliere quanto mi veniva confidato, sotto questo punto di vista apprezzo la fiducia riposta – ma anche quanti tormenti -; tuttavia, quanto facilmente scarichiamo il peso di qualcosa a chiunque, senza riflettere se è il momento giusto per farlo oppure no? Ho sempre pensato che le parole abbiano un peso e il libro a suo tempo mi aveva risposto con questo principio: “quando si ha una cosa importante da dire bisogna prestarvi un’attenzione particolare: è bene dirla prima a se stessi e poi ripetersela, in modo da non doversi pentire quando non si è più in grado di trattenerla.

Si scrive anche troppo? Pare sia uno dei difetti degli autori: si scrivono cose inutili e ci si dilunga troppo sugli argomenti migliori…ma l’abate…non dimentichiamoci è un abate, ci dice che “si scrive su argomenti che devono essere vietati quando non se ne ha l’incarico.” Sul fatto che spesso si scrivono cose inutili, come non dire che oggi è così? Temo di farlo anche io: ciò che può parer utile a me, probabilmente è inutile per qualcun altro e viceversa. Non credo che degli argomenti andrebbero evitati, ma sicuramente ci sono dei limiti dettati dalla nostra preparazione personale, non è possibile essere competenti a 360° in ogni ambito del sapere. Penso che il principio da rispettare potrebbe essere la forma: comprensibile, corretta, perché le nostre idee non devono attaccare, ma convincere. Si dovrebbe scrivere avendo sempre il dubbio – anche piccolo – che potremmo sbagliarci. ” Bisogna scrivere quando l’anima è ben disposta a farlo[…]un libro ben scritto, invece, è proprio di un uomo che è completamente padrone di sé.”

“Il tempo di scrivere non è sempre il primo nell’ordine: non si saprà mai scrivere bene se prima non si è riusciti a trattenere la penna.” Il consiglio è quello di aspettare, di scrivere dopo che si è stati in grado di tacere e di pensare bene.

Certo può sembrare la scoperta dell’acqua calda, ma quante volte ci sentiamo aggrediti da fiumi di parole, o annoiati da parole e parole – forse lo sto facendo anche io in questo momento -. Mi piace pensare che siamo tutti alla ricerca del senso della misura, che tanto non esiste, così come è vero che si rischia quando si decide di esprimersi e quindi di diventare oggetto di critiche; ma se non si assumono rischi non si potrebbe neanche…rischiare di avere successo, di essere apprezzati.

Insomma in poche parole, il messaggio che ho recepito e che ogni tanto mi rammento sfogliando questo libro è che non bisogna parlare e scrivere a vanvera! Però ora che ci penso forse il regalo era mirato…eheheh!

 

Matrimonio – Capitolo 3


La primavera scorsa ho iniziato la cronaca dei preparativi del matrimonio di mio figlio. Una volta stabilito il ristorante abbiamo potuto accantonare l’evento per alcuni mesi. Ma da adesso in poi non si scherza: luglio si avvicina ed è tempo di dedicarci ai preparativi.

Eletta dai futuri sposi, loro malgrado, wedding planer (loro sono lontani e io non costo nulla), comincio a muovermi per quelli che sono i passi indispensabili per la riuscita di una bella festa di matrimonio.

L’abito da sposa – Mentirei se dicessi che mi sono annoiata durante i giri per atelier per trovare l’abito giusto ad un giusto prezzo per gli sposi, anzi in questo anche Cassandra mi ha aiutata ed è stata un’altra occasione per condividere momenti spensierati e grandi risate.
Individuato il posto giusto, un bel pomeriggio di alcune settimane fa,  io, la mamma della sposa, la cugina della sposa e la migliore amica della sposa ci ritroviamo emozionate e curiose ad attendere che la sposa esca dal camerino. E’ un susseguirsi di abiti: sirena, meringa, sexi… la sposa tentenna… la mamma no!!! Conosco poco la mia consuocera ma mi è sempre parsa una donna dolce e un po’ timida, so che non ha apprezzato la scelta di un matrimonio civile, ma non vi nascondo che dopo mezz’ora di giudizi spietati sui gusti della figlia ho cominciato a dubitare sulla riuscita della prova. Un abito non va perchè troppo largo, l’altro perchè troppo stretto, lo strascico va bene per spazzare le foglie del parco, il velo non si addice a una che non si sposa in chiesa, per un matrimonio civile basta un abito corto… Guardo con tenerezza e dispiacere, mia nuora farsi sempre più rossa e dare i primi segni di nervosismo… fortuna che la commessa sa il fatto suo e con dolcezza porge l’ennesimo abito alla futura sposa e la spinge nuovamente nel camerino… dopo pochi minuti esce e… che meraviglia! Lei si guarda e gli occhi si inumidiscono, noi siamo senza parole e la mamma… pure!!! Come dicono in una nota trasmissione: “E’ luiiii!!!”


Usciamo tutte contente dal negozio, i malumori sono dimenticati ed io non vedo l’ora che sia domani: tornerò con mio figlio e con lui lo so già sarà tutto più semplice….

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Auguri!

Il-pane-pasquale

Mancano poche ore alla Pasqua, non siamo qui a esprimere pareri su questa festività religiosa, non è un atto di fede, non c’è una scelta di campo, non c’è un noi di qui, gli altri di là.

C’è solo un nostro minuscolo augurio di speranza, di rinnovamento, di un passare oltre, di un passaggio ad una via migliore, per tutti, indistintamente.

Vi lasciamo questa poesia di Gianni Rodari “Il giorno più bello della storia”, sarebbe bello fosse questo o fosse domani. Il pane è un simbolo pasquale, il simbolo di qualcosa di povero ma di indispensabile e di potente.

Auguri!

S’io facessi il fornaio,
vorrei cuocere un pane
così grande da sfamare
tutta, tutta la gente
che non ha da mangiare.
Un pane più grande del sole;
dorato, profumato
come le viole;
un pane così
verrebbero a mangiarlo
dall’India e dal Chilì
i poveri, i bambini,
i vecchietti, gli uccellini.
(Gianni Rodari)

Noi blogger: considerazioni sulle considerazioni


Cassandra è la PR del nostro blog, chi ci segue con un po’ di attenzione se ne sarà già reso conto. Lo dimostra anche il fatto che i suoi articoli hanno più seguito dei miei, sia in termini di like che di commenti: mai e poi mai ammetterò che lei è più brava.

Già immagino Cassandra ridere come una pazza, perchè la nostro amicizia è tale che mai e poi mai lei crederà che la mia ultima affermazione sia vera.

Leggo spesso i commenti che scambia con alcuni dei nostri followers e, in questi giorni, mi sono soffermata in particolare a leggere un articolo molto interessante di un blogger scrittore che mi ha fatto riflettere.

Io e Cassandra abbiamo deciso di aprire questo blog per una serie di motivi. Prima di tutto il desiderio di fare qualche cosa insieme: in gioventù abbiamo spesso considerato la possibilità di avviare un’attività lavorativa nostra, ma i rispettivi impegni famigliari e forse una “leggera” mancanza di coraggio ci hanno fatto accantonare questo progetto. Abbiamo voluto creare un qualcosa che unisse le nostre predisposizioni: Cassandra ama le materie umanistiche, io quelle scientifiche, lei è sempre stata brava con le parole (vi assicuro che parla tanto!!!) io ho sempre adorato l’informatica (tenete conto che non siamo ragazzine e quindi ho cominciato da autodidatta con un vecchio Windows 95). Bene, un blog poteva unire queste due nostre sfaccettature! Infine, l’idea di ampliare le nostre conoscenze, intese come persone, anche se solo virtualmente e il confrontarci con altri ci stuzzicava: in fondo se la finalità fosse stata solo quella di scambiare opinioni tra di noi, con il cellulare sarebbe stato più comodo!

Scrivere in un blog ci aiuta a ritagliare un piccolo spazio nostro, ci sprona ad informaci, a concentrarci su ciò che vogliamo comunicare, ma soprattutto ad evitare che gli anni che passano e le generazioni che ci surclassano facciano di noi delle rassegnate donne di mezz’età!


Per fortuna nostra non siamo scrittrici, per cui viviamo questa esperienza con entusiasmo, ma anche con serenità. Cassandra mi ha appena scritto che “più cerchi qualcosa di speciale e più pensi di non trovarlo” (è l’abito per il matrimonio di mio figlio!): credo sia una grande verità in ogni campo della vita. Per quanto riguarda i blogger scrittori o aspiranti tali, penso che in tutte le arti, purtroppo, siano pochi quelli che emergono e non sempre sono i migliori, specialmente in questa società dove il fattore “C” è molto importante e dove entrano in campo presupposti che nulla hanno a che fare con l’arte stessa. Poi, la solitudine del blogger che consulta spesso con ansia e timore la pagina delle statistiche e fa la conta dei “like”, non mi pare  tanto diversa da quella dello scrittore di un secolo fa che correva ogni giorno alla buca delle lettere per verificare se ci fosse qualcosa per lui: cambiano i tempi e i sistemi ma non cambia la sostanza.
Sibilla

Cuore di mamma… cuore di figlia

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Molte volte, ormai,  io, madre di ragazze che vedo e sento e vorrei piccole e mie, mi sento madre di mia madre, che ancora giovanile e bella, rivela ai miei occhi quella fragilità che in parte alimentano gli anni e che in parte c’è sempre stata. Io figlia, che non vedevo oltre alla madre una donna che sin da giovane aveva dovuto affrontare, da sola, varie difficoltà, negli anni ho scoperta la necessità di esserle compagna, di essere questa volta io un appoggio. Quasi con pudore ci siamo sempre scambiate pochi abbracci e pochi baci, che invece io madre non lesino alle mie figlie.

Oggi, che mi ha fatto il suo regalo per il mio prossimo compleanno, lei sempre così generosa e attenta alle esigenze altrui, mi sono ritrovata ragazza, commossa ho baciato la sua giovane, fresca e senza rughe guancia.  Lei direbbe che il suo segreto è una nota marca cosmetica…io penso sia la sua ferrea ostinazione ad essere lei, con tutte le sue contraddizioni sempre lei. Quando battibecchiamo, perché abbiamo idee sempre diverse e ci poniamo su fronti opposti e ci combattiamo e ci contestiamo, permalose sino all’inverosimile, ci guardiamo sempre con amore, mai perduto amore. Come una madre guarda una figlia, come una figlia guarda una madre, scambiandoci ruoli e sentimenti.

 

Apparenza

Sono ormai alcuni anni che mi reco a Londra per stare un po’ con i miei figli. La prima volta che visitai questa città era il 2000: me ne innamorai. La città dei “più”: più grande, più affascinante, più cosmopolita, più vivace… Per anni ho desiderato tornarci e come si dice: “attento a ciò che chiedi, potresti ottenerlo”, sono stata esaudita… al costo di due figli!
Va bene, non è così tragico, potevano decidere per l’Australia! Non è però della lontananza dei miei “bambini” che voglio parlare, ma di Londra. La prima volta che ci sono tornata è stata per una bellissima prima vacanza proprio con Cassandra: festeggiavamo un compleanno importante ed era una vita (letteralmente) che sognavamo di farlo. La città non ci ha deluse, anzi, se possibile, l’ho trovata ancora più bella e le occasioni di divertimento per me e la mia amica Vagabonda non sono mancate.
Con il passare delle visite Londra è diventata anche un po’ casa mia e con la confidenza è anche subentrata una conoscenza del luogo che va oltre le apparenze. E il problema sta proprio in questo ultimo termine. Indubbiamente è una città che offre opportunità incredibili. Quando qualcuno si chiede perché un giovane preferisca vivere in comunità di cinque o sei persone, in case dall’affitto astronomico e  non propriamente accoglienti per uno stipendio da lavapiatti che tranquillamente anche qui potrebbe ricevere, rispondo che la motivazione non è nel lavoro in se stesso, ma nelle porte che, partendo da questo umile e faticoso impiego, si aprono a quel giovane, alla consapevolezza che se vuole cambiare “può”, che se si impegnerà le cose miglioreranno di sicuro. D’altro canto però ho la sensazione che la città illuda questo giovane che tutto è bello e possibile… ma così non è.
A Londra nascono aziende come funghi, cominci a lavorare per loro in uffici ipertecnologici, incentivato da benefit da sogno, al mattino si fa il meeting, si pongono gli obbiettivi e se si raggiungono vacanze aziendali in castelli nella campagna inglese, grandi feste (e grandi bevute)… poi si perdono gli investitori, ci si accorge che i manager non sono all’altezza e che la barca sta affondando, ma non importa basta cambiare barca e il giro ricomincia.
La sera tutti a far baldoria affrontando code interminabili, pagando, spesso, “bill” stratosferici per poi accorgersi di aver mangiato una pizza margherita e bevuto una birra piccola. Be’ sulla birra bisogna aprire una parentesi: non è mai “piccola”. L’imperativo è bere fino a stordirsi, poi provarci magari con il Capo o peggio ancora insultarlo a ruota libera e poi trovarsi senza lavoro il giorno dopo e senza ricordare nulla (chissà perché il capo, pur bevendo anche lui pinte di birra, il giorno dopo ricorda perfettamente cosa sia successo il giorno prima?)!
Parliamo del clima e sfatiamo la diceria che a Londra ci sia la nebbia e piova sempre: niente di più falso. Certo il clima non è quello del nostro meridione, ma chi vive nel nord Italia, spesso avrà la sorpresa di scoprire un clima decisamente più mite là che a casa. Questo non vuol dire che a marzo faccia caldo, eppure, come esce il sole tutti in infradito, top e pantaloncini e, se il sole persiste, andiamo in piscina (ovviamente all’aperto) a fare il bagno o ad abbronzarci con una birra ghiacciata tra le mani: se c’è il sole è estate, punto.
Il fatto è che se si scava dietro alle apparenze si trovano centinaia di giovani e anziani alcolizzati che vivono per strada e che nei curriculum, spessissimo, viene chiesto se si fa uso di alcool; scopriamo che i nostri ragazzi che qui in Italia uscivano tutte le sere, trascorrono a casa la maggior parte delle serate perché altrimenti non arrivano a fine mese; scopriamo che dietro i locali luccicanti ci sono montagne di spazzatura accatastata che non viene raccolta e che viene stracciata da grandi topi e volpi affamate… e che seguendo una di queste belle ragazze che passeggiano seminude (perché è estate) ci si accorga che hanno preso una bella bronchite!

Come in tutte le cose, l’apparenza inganna, ma una vacanza a Londra vale sempre la pena (soprattutto se è la prima volta)!

 

Appocundria

Mentre sbrigo le mie faccende quotidiane in solitaria, tra bucato da stendere e panni per la polvere, la musica mi fa compagnia, mi piace crogiolarmi nei suoni legati ai miei ricordi adolescenziali, quando consumavo cassette e dischi in vinile tra Renato Zero, Pino Daniele e i Queen. Allora Pino Daniele era il più adatto per struggermi per un amore non corrisposto, rimpiangere le vacanze scolastiche ormai finite o affliggermi davanti agli esercizi di ragioneria; oggi, dopo la sua prematura scomparsa, è colui che risveglia l’appocundria

 

In me si mescolano il nord ed il sud, io che detesto confini, frontiere, delimitazioni, barriere, amo far convivere in me l’affinità e la differenza della nostra cultura, della nostra terra, e chi ha origine meridionali sa che l’appocundria è la profonda malinconia che contiene in sé una fatalistica accettazione della vita.

In questi giornate così calde, preludio d’estate, la natura incessantemente cerca il sole per rigenerarsi, nonostante vi siano grandi sofferenze nel mondo e profondi dolori nascosti negli animi delle persone che vivono accanto a noi. Eppure c’è vita, a volte malinconica vita, eppure è vita, preziosa vita.

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